Il caso Boschi

Intendiamoci, non sono per nulla interessato ai problemi giudiziari di Pierluigi Boschi, padre del Sotto Segretario di Stato Maria Elena: è indagato su diversi fronti, e se sarà in grado di provare la propria estraneità ai fatti addebitatigli, sarò il primo a rallegrarmene.

Nè sono dell’idea che le colpe dei genitori debbano ricadere sui figli, sarebbe una barbarie morale e giudiziaria: la responsabilità penale è personale, ognuno ne risponde sulla propria pelle.

Ma nel caso in questione, del quale ho già parlato in un precedente post, la faccenda è di una semplicità disarmante, anche se gli ascari di Renzi , del tutto incapaci di ragionare con la propria testa e di assumere posizioni accettabili se prima non corroborate dall’autorizzazione del leader, sembrano non volersi dare per intesi: Maria Elena Boschi, il 18 dicembre 2015 (due anni fa, ormai…), allora Ministro per le Riforme Costituzionali e i rapporti con il Parlamento,  dichiarò davanti alla Camera dei Deputati, di non aver mai avuto alcun ruolo nella vicenda legata alla Banca Etruria e al suo salvataggio, grazie a una azione legislativa del Governo Renzi, e di non aver mai esercitato alcuna pressione presso chicchessia, al fine di favorire la buona sorte dell’istituto, del quale il padre era stato Vice Presidente, prima del commissariamento della Banca, avvenuto dopo la segnalazione di Banca Italia al Governo (e non motu proprio, come va raccontando Renzi, a proposito di fake news…), ritenendo in questo modo di avere chiuso la faccenda.

Sette mesi fa però, Ferruccio de Bortoli, nel suo libro Poteri forti, scrive che la Boschi avrebbe contattato, quando era Ministro,  l’ex AD di UNICREDIT, Federico Ghizzoni, per sollecitarlo a intervenire per salvare Banca Etruria, il che contrasterebbe con le dichiarazioni sollennemente rese al Parlamento.

Questi i fatti, e la questione è semplicissima: o mente la Boschi, o mente de Bortoli.

Se mente de Bortoli, ne pagherà le conseguenze nella causa civile per la quale la Boschi ha dato mandato ai propri legali per richiedergli i danni: certo, ha atteso che scadessero i tempi per un’azione penale (sei mesi), e lo ha fatto nel giorno stesso in cui il caso è virulentemente riesploso, chissà perchè, ma tra qualche riga dirò cosa penso in proposito.

Se invece a mentire è la Boschi, deve dare le dimissioni immediatamente, perchè avrebbe allora mentito al Parlamento, venendo meno al dovere di servire lo Stato con fedeltà e onore dettato dalla Costituzione, sulla quale anche lei ha giurato, come ho fatto io e tanti altri milioni di italiani che hanno legato la propria vita alle istituzioni.

E questo non sarebbe tollerabile, anzi troppo tempo è passato da quel 15 dicembre di due anni fa, avrebbe dovuto togliere il disturbo prima (magari dopo aver perso il referendum di un anno fa, come peraltro ella stessa aveva promesso di fare, ma in questo è degna sodale di Renzi, avvezzi entrambi a non mantenere la parola data).

E allora c’è un solo modo per risolvere la questione: la Commissione Parlamentare d’inchiesta sulle Banche convochi Federico Ghizzoni e gli ponga una semplice domanda, ovvero se rispondono al vero le notizie riportate da de Bortoli nel suo libro, e così il mistero sarà svelato incontrovertibilmente.

Alle 1900 di questa sera l’Ufficio di Presidenza della Commissione si riunisce proprio per decidere delle prossime audizioni: i giornali riportano che i rappresentanti del PD sarebbero contrari ad ammettere l’audizione di Ghizzoni, ritenendo chiusa la questione di Banca Etruria.

Non lo facciano, e dimostrino con i fatti, e non solo a parole, di non temere la verità, altrimenti sarà la dimostrazione plastica della loro ambiguità, della pochezza di quella classe dirigente che si propone di governare il nostro Paese, e la definitiva dimostrazione del triste tramonto di una forza che tra le sue fila ha vantato figure nobili che hanno contribuito, talvolta con il sangue, a costruire questa nostra Italia.

Quanto alla denuncia in sede civile della Boschi verso de Bortoli, decisa solo ora con inspiegabile ritardo, non vorrei pensare che si tratti di un tentativo, goffo e maldestro, di intimidire Ghizzoni, nel caso venga convocato per essere audito presso la Commissione: si tratterebbe di un’azione meschina e comunque poco avveduta.

 

 

Un grande romanzo

Ho appena finito di leggere “Purity”, di Jonathan Franzen, autore americano che nel 2001 diventò famoso anche in Italia con il suo Le correzioni”.

Franzen è a mio parere uno degli scrittori americani contemporanei più prestigiosi, e ogni suo lavoro (Libertà e Forte movimento, ad esempio) ci consente di volgere lo sguardo sulla società americana e in particolare, sulle dinamiche che regolano la vita di famiglie apparentemente esemplari, ma che nascondono nelle pieghe dei rapporti interpersonali contraddizioni e lacerazioni insospettabili.

Come già ne Le correzioni, anche in questo suo ultimo lavoro, pubblicato nel 2015, al centro del racconto Franzen colloca la famiglia di Purity Tyler, giovane americana nevrotica e single, alle prese con la difficoltà di restituire un debito universitario di centotrentamila dollari, e tormentata dal fatto di non aver mai conosciuto l’identità del padre, sulla quale la madre, una specie di hippy ipocondriaca,  ha da sempre posto un velo impenetrabile.

Quindi, una famiglia incompleta, nella quale Purity non si trova a suo agio, e dalla quale cerca di emanciparsi in ogni modo, fino ad accettare uno stage presso una sorta di comunità che lotta per la trasparenza delle informazioni senza il filtro dei media,   fondata da una specie di giornalista santone di origini tedesche, Andreas Wolf, che richiama un pò la figura di Julian Assange, con il quale stabilisce rapidamente uno strano rapporto alla base del quale c’è il suo anelito di cambiare il mondo che non le piace, sentimento che accomuna quasi tutti i protagonisti del romanzo.

La storia si sviluppa tra la Colombia, ove ha sede il Sunlight Project presso il quale si svolge lo stage di Purity, la Germania nel racconto della vita di Andreas, e naturalmente l’America che la giovane protagonista percorre alla ricerca di indizi rivelatori dell’identità del padre.

Fino alla conclusione, che si pone alla fine di un racconto che assomiglia ad una spirale che si avvolge su sè stessa richiudendosi al termine del suo cammino, svelando una verità inaspettata, tale da farci capire quanto le apparenze ammantate di perbenismo e convenzioni stantie, possano celare circostanze e fatti ben più asciutti e poco convenzionali, ma non per questo meno accettabili e moralmente corretti.

Il talento di Franzen è impressionante, la sua padronanza della scrittura assoluta, non scade mai nella banalità ed è capace di mostrarci aspetti di quella che consideriamo quotidianità dei quali sembriamo non avvederci, ma che poi in realtà abbiamo sotto gli occhi e che non vediamo, perchè preferiamo spesso illuderci e fare a noi stessi un quadro della realtà che ci conforta ma che risulta sbiadito alla prova dei fatti.

Una lettura che arricchisce e che vale la pena di affrontare, senza lasciarci spaventare dalla mole del romanzo (più di seicento pagine), che nonostante il tema e i continui salti nel tempo e nello spazio, scorre fluido e interessante, dal quale è difficile staccarsi e che poi spiace dover abbandonare, come accade quando ci capita tra le mani un’opera degna di rilievo.

Leggetelo se vi va, ne vale davvero la pena.