Lo stallo e la nomenklatura

Sono trascorse quasi due settimane dalle elezioni, e i primi contatti tra le varie forze politiche sembrano non portare, almeno per ora, a soluzioni di governo rapide e percorribili.

D’altronde i risultati delle consultazioni elettorali hanno sì sancito la chiara vittoria del M5S da una parte, e della coalizione di centro destra dall’altra, con il successo della Lega soprattutto, ma nessuno dei due schieramenti ha i numeri sufficienti per formare un Governo, senza dover ricorrere ad alleanze.

Ciò premesso, e non prima di aver ricordato che, secondo la Costituzione vigente, la sovranità appartiene al popolo e che, di conseguenza, piaccia o no a qualcuno, i risultati del voto sono quelli che sono e basta, vorrei parlare dello spettacolo, a mio avviso indecoroso, al quale stanno dando vita la quasi totalità dei mass media.

Ieri sera, su LA7, dopo il TG, è andata in onda la trasmissione condotta da Lilli Gruber, “Otto e mezzo”, con ospiti Paolo Mieli, Giovanni Floris e, collegata da Parigi, Rachel Donadio, dell’Atlantic, giornale degli USA.

Neanche a dirlo, l’argomento erano i risultati delle elezioni e le difficoltà di formazione di un nuovo Governo, e fin qui niente di clamoroso, è ovviamente l’argomento di stretta attualità: ma quello che non è più tollerabile è l’atteggiamento dei nostri cosiddetti intellettuali, intimamente e fermamente certi di essere depositari della verità, e nella mente dei quali alberga la convinzione che lasciare al popolo le decisioni importanti non sia la scelta migliore, senza però avere il coraggio di dirlo con chiarezza.

Anche ieri sera, con pieno accordo tra di loro, gli ospiti e la conduttrice (con  la sola parziale eccezione della Donadio, meno inflessibile degli altri, forse perchè in USA hanno eletto Trump e quindi hanno qualcosa da farsi perdonare…) non hanno fatto altro che rammentare ai malcapitati aacoltatori i rischi ai quali l’Italia va incontro, nel caso si concretizzino i risultati del voto attraverso un Governo del M5S o della Lega, con le alleanze che si dovessero rendere possibili, e che vanno dall’emarginazione dell’Italia dal consesso Europeo, all’esplosione del debito pubblico, alla crescita incontrollabile dello spread, passando per l’invasione delle cavallette, pioggia di fuoco, eruzioni vulcaniche e altre calamità di biblica memoria.

Il botto finale, dopo una serie di considerazioni e argomentazioni accompagnate da insopportabili sorrisini di circostanza e mezze frasi buttate lì per caso, a rafforzare le tesi, l’ha fatto Mieli, ben coadiuvato dalla garrula Gruber e da Floris, affermando che tutto sommato è meglio che i vincitori delle elezioni non riescano a trovare il bandolo della matassa, e che quindi un nuovo Governo espressione del voto non si faccia, perchè per il bene della Nazione è meglio che resti in carica il più a lungo possibile mil Governo Gentiloni, che tanto bene sta facendo.

E solo pochi giorni fa Scalfari, nel suo solito editoriale su “La Repubblica”, affermava le stesse cose, arrivando a suggerire che alla Camera fosse riconfermata la Boldrini e al Senato fosse eletta la Bonino, rappresentanti entrambe di liste che hanno a malapena superato il quorum del 3% (Liberi e Uguali, per la Boldrini), o non ce l’hanno fatta per niente (+Europa per la Bonino).

E ricorderete la paradossale intervista sulla stessa Repubblica di Riccardo Illy, della quale ho parlato nel post precedente, che vuole rifare il referendum e anela la prorogatio del Governo Gentiloni, e tanti altri che sono allineati su posizioni analoghe.

Insomma, ci risiamo: il voto non conta, quel che vale è l’opinione di pochi presunti intellettuali, dei quali noi tutti plebei dovremmo ascoltare gli illuminati pareri, certi che sono espressi nel nostro supremo interesse.

Quindi, il 4 marzo la nostra è stata una gita di piacere, l’espressione della nostra volontà un effimento esercizio di stile, una semplice amena perdita di tempo, meglio avremmo fatto a delegare il nostro voto a una esigua schiera di intellettuali, che in quanto tali sanno bene cosa fare e cosa è meglio per tutti noi.

E quindi continuiamo con il salvifico Governo Gentiloni, senza considerare che:

  • il PD è clamorosamente crollato al suo minimo storico, segno tangibile che il corpo elettorale ne ha bocciato le politiche
  • Civica e Popolare, la lista della girovaga Lorenzin, ha preso lo 0,5%
  • il partito di Alfano, che non si è nemmeno ricandidato, è definitivamente scomparso dalla scena
  • i miracolosi dati macroeconomici e sull’occupazione ci dicono che il debito pubblico continua a crescere, che la disoccupazione (soprattutto quella giovanile) è sempre drammaticamente alta, che il tasso di crescita dell’economia italiana è il più basso in Europa, che è in costante crescita il numero dei poveri e che le disuguaglianze sono in aumento, che cresce prepotentemente il numero dei contratti a termine e cala quello dei contratti a tempo indeterminato (nonostante il miracoloso jobs act)
  • e, infine, considerazione dirimente,  questo Governo si regge su forze la cui attuale consistenza elettorale è del 22% circa, ovvero del 14% degli aventi diritto al voto se consideriamo l’inero corpo elettorale.

Questa è la situazione, ditemi in quale altro Paese al mondo ciò sarebbe tollerabile: non si può continuare in questo modo, occorre rispettare i criteri più elementari della democrazia, anche e soprattutto quando i risultati che ne conseguono sono avversi alle nostre convinzioni.

Personalmente, nel caso in cui chi ha vinto le elezioni non riesca a fare un Governo plausibile, spero che le forze politiche trovino il modo per formarne uno di scopo, per fare la manovra finanziaria e per definire una nuova legge elettorale, con collegi uninominali veri, non farlocchi come quelli del Rosatellum, e premio di maggioranza, rispettosa delle determinazioni espresse dalla Corte Costituzionale, così da garantire da un lato la governabilità, e dall’altro il rispetto della rappresentatività, senza che l’una possa prevalere sull’altra, sono due necessità imprescindibili.

Non sopporto più questi soloni, sono stanco di sentirmi dire cosa è bene e cosa è male da chi, fino a prova contraria, non è rappresentativo di nessuno, se non di sè stesso, e sono convinto che vi siano dei criteri e dei principi rispetto ai quali non è possibile fare nessuna concessione, e credo che il rispetto delle scelte espresse liberamente e democraticamente sia un dogma irrinunciabile, per la conquista del quale intere generazioni hanno dovuto lottare, sacrificando spesso la loro stessa vita.

Non è retorica, è la pretesa del rispetto delle regole, principio al quale sono stato educato e al quale non sono disposto a rinunciare, con buona pace di chi appollaiato sul suo trespolo pontifica e sproloquia, senza che nessuno glielo faccia notare, in nome di una malintesa correttezza formale, sterile e dannosa.