Uno spettacolo deprimente

Tra il 2014 e il 2015, l’allora Governo Renzi varò una serie di provvedimenti legislativi il cui insieme andò a costituire il cosiddetto “jobs act”, ovvero una legge che si propone di gestire la complessa tematica del lavoro, vera e propria emergenza assoluta nel nostro Paese.

Capisaldi di tale provvedimento sono l’abolizione dell’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori, che sanciva che il licenziamento è valido solo se avviene per giusta causa o giustificato motivo, ma applicabile solo alle aziende con almeno 15 dipendenti, l’introduzione del contratto a tutele crescenti e una serie di altri dispositivi, con il fine ultimo di combattere il fenomeno della precarietà.

A distanza di qualche anno, i risultati prodotti dalla legge sono contraddittori: a un aumento dei posti di lavoro, anche grazie alla decontribuzione per le nuove assunzioni, iniziativa che ha di fatto dopato il mercato, giacchè quando gli effetti del meccanismo si sono esauriti sono aumentati i licenziamenti, ha fatto seguito un drammatico aumento dei posti a tempo determinato e una contemporanea e potente flessione di quelli a tempo determinato, determinando così il fallimento dell’obiettivo alla base dell’intero provvedimento.

Tutto questo in un quadro complessivo di drastica riduzione dei diritti dei lavoratori, a quasi esclusivo beneficio delle aziende, le quali hanno dimostrato in ogni occasione di gradire i contenuti della legge, con il PD che, da partito di massa e di ispirazione proletaria, si è definitivamente connotato come schieramento politico di riferimento dei cosiddetti poteri forti, tradendo la sua storia e la sua originaria vocazione, finendo per essere punito clamorosamente da chi non ne riconosce più la rappresentatività e il rispetto dei valori fondanti.

Quanto ho appena affermato è comprovato dai dati ufficiali degli organi statali di controllo, ISTAT in primis, e non è assolutamente confutabile, al di là delle farneticanti dichiarazioni di taluni esponenti del PD, i quali attribuiscono al jobs act virtù miracolose delle quali però, con tutta evidenza, la gente comune, dotata di ben dell’intelletto in misura maggiore di costoro, non si è avveduta, a giusta ragione, e si è visto nelle urne.

Ebbene, accade che durante la campagna elettorale che ha preceduto le elezioni del 4 marzo, dopo le quali ha visto la luce il Governo Lega-M5S, dopo mille vicissitudini, e la quasi scomparsa del PD, che aveva governato ininterrottamente dal 2011, l’attuale Ministro Di Maio, tra le mille e mille promesse che ha ritenuto di proporre ai suoi potenziali elettori, ha più volte garantito che uno dei primi provvedimenti che senz’altro sarebbero stati adottati vi era la reintroduzione dell’art. 18: iniziativa questa sulla quale io stesso, che non sono uomo di sinistra, sono assolutamente d’accordo, convinto che i diritti dei lavoratori debbano essere tutelati e garantiti, nel rispetto della legge e della loro stessa dignità.

Termine quest’ultimo che identifica il decreto legge che Di Maio ha voluto e che proprio in queste ore è ai voti in Parlamento: e qui casca l’asino…

Tra le centinaia di emendamenti presentati, uno proposto da Liberi e Uguali proponeva esattamente la reintroduzione dell’art. 18: quale migliore occasione per il M5S e per il suo leader per rispettare e mantenere una precisa promessa elettorale, e quindi votare in maniera compatta l’emendamento, dando prova di senso di responsabilità e coerenza? Che importa se l’emendamento viene proposto da una forza di opposizione, se nel merito è quanto si vuole fare?

E invece che fa il M5S, in evidente crisi confusionale? Vota contro, rimangiandosi quanto promesso, e lo fa senza fornire una spiegazione convincente e ragionevole, richiamando un incomprensibile necessità di procedere a un meccanismo più integrato, rimandato tuttavia a tempi non definiti e vaghi… tace la Lega, che nello specifico evidentemente non ha la stessa sensibilità, non è forse argomento cruciale per i suoi obiettivi.

Non ci siamo, la politica è anche coerenza, rispetto degli impegni assunti, sulla base dei quali il corpo elettorale si esprime, e questi comportamenti, da parte di chi è solito appellare il proprio Governo come quello del cambiamento, dimostrano che alle fine della fiera, ci troviamo in presenza di un brodo primordiale all’interno del quale è francamente complicato discernere tra le varie forze politiche, i cui comportamenti sono connotati da una somiglianza tale da renderli quasi indistinguibili tra di loro.

Quello che ho portato è solo un esempio di ciò che sta accadendo, e dopo due mesi circa di attività del nuovo Governo abbiamo assistito a un’attività non certo alacre, ma personalmente, essendo ormai disincantato rispetto alla qualità della nostra classe politica, ho aperto una fede di credito nei confronti della compagine governativa, cercando di valutarne l’attività senza pregiudizi.

Ma i comportamenti dei politici sono assolutamente inqualificabili: pensate a cosa sta accadendo sulla RAI, con l’impasse sulla nomina del Presidente, individuato in Marcello Foa, giornalista che apprezzo ma che non ha ricevuto i voti sufficienti per l’elezione, per motivi che l’opposizione (PD e Forza Italia soprattutto, stranamente d’accordo sul tema…) attribuisce al metodo e alla presunta inadeguatezza del designato quale figura di garanzia.

E con il PD che, con un atteggiamento che ne rivela l’assoliuta mancanza di senso del ridicolo e del pudore, minaccia di salire al Colle per lamentare presso il Presidente della Repubblica il timore di pericolo per la democrazia e per la pluralità dell’informazione!

Proprio quel partito che, durante l’esperienza di Governo di quella figura al tempo stesso drammatica e clownesca di Matteo Renzi ha occupato manu militari la RAI, nominando direttori di rete e dei TG i cui meriti erano esclusivamente quelli di essere asserviti al verbo del bugiardone toscano, provocando l’allontamento dalla stessa RAI prima di Giovanni Floris, poi di Milena Gabanelli e poi di Massimo Giannini, colpevoli di aver cercato di fare le pulci al cosiddetto gliglio magico, in una riedizione dell’editto bulgaro di berlusconiana memoria: avete presente la scandalosa campagna d’informazione a favore del sì sul referendum costituzionale del 4 dicembre 2016, sonoramente battuto nelle urne?

Senza contare le centinaia di nomine imposte in tutti i settori della gestione della cosa pubblica, e un esempio su tutti è quello di Antonella Manzione, ex capo dei Vigili Urbani di Firenze, inopinatamente nominata prima quale responsabile dell’Ufficio Legislativo di Palazzo Chigi (e infatti s’è visto come e con quale efficacia venivano scritte le leggi, puntualmente vittime dei ricorsi spesso accolti dagli organi competenti), e poi niente di meno che Consigliere di Stato, ruolo per il quale non possedeva i requisiti tanto da costringere a cambiare i regolamenti ( http://www.dagospia.com/rubrica-3/politica/giglio-tragico-promozione-dell-ex-capo-vigili-firenze-antonella-143286.htm)?

Altro che salire al Quirinale per lamentarsi: devono ringraziare il cielo che l’attuale Presidente della Repubblica è persona della quale è noto il garbo istituzionale e il carattere mite, perchè se ci fossero stati Pertini o magari Cossiga, con ogni probabilità la delegazione del PD sarebbe stata scaraventata giù dalle scale, come francamente meriterebbe, vista l’assoluta faccia di bronzo e la mancanza di un pur minimo senso della realtà dei fatti e del pudore.

Il dramma è che dall’altra parte l’atteggiamento delle forze dell’attuale Governo mostrano di avere imparato la lezione e in fretta: occupazione dei posti di gestione, nomine tutt’altro che trasparenti…

A dimostrazione che il cambiamento vale in campagna elettorale, quando si promette tutto e il suo contrario, ma poi, quando ci si siede dietro una scrivania a gestire il potere, tutto cambia e si assumono atteggiamenti già visti, triti e ritriti, di fronte ai quali ci si domanda se non avesse ragione Guglielmo Giannini, fondatore del movimento d’opinione chiamato Fronte dell’Uomo Qualunque, il cui motto era “non ci rompete più le scatole”, rivolto ai partiti cosiddetti tradizionali i quali, subito dopo la seconda guerra mondiale, si affacciavano sulla scena politica dopo la fine del regime fascista.

Non sto inneggiando a un ritorno del qualunquismo, fenomeno pericoloso e che certamente non risolve il problema dell’inadeguatezza della classe politica, ma certo si fa fatica a dare fiducia a chi, alla prova dei fatti, dimostra di non meritarla, determinando sempre di più la siderale distanza tra la politica e le reali esigenze della gente, sempre più in difficoltà, senza lavoro, con i giovani che fuggono all’estero, con le sacche di povertà che aumentano drammaticamente, con il Sud che arretra senza che nessuno attivi iniziative significative… e questi stanno a pensare alla Presidenza della RAI, come se vivessero sulla Luna!

Possibile che in questo Paese non si possa arrivare a comportamenti coerenti, corretti, improntati a interessi diffusi e non di parte, come dovrebbe essere in una democrazia compiuta? Speriamo bene, siamo camminando su un sentiero sconnesso, irto di difficoltà, e rischiamo di farci male tutti, ma ciascuno volge il capo dall’altra parte, quasi ignaro di ciò che accade, e dimentico che situazioni analoghe si sono già verificate in passato e non sono state foriere di prosperità e benessere ma si sa, noi Italiani non amiamo particolarmente l’analisi e la storia, preferiamo l’immediatezza e l’istinto, confidenti nell’italico stellone.

Che dire, speriamo bene…

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