Uno spettacolo penoso

Come chi legge queste pagine sa bene, non nutro grande stima nei confronti dell’attuale PD, il partito che ha ereditato la tradizione della sinistra italiana, tradendone tuttavia i valori fondanti, e spostando il suo raggio d’interesse dalle minoranze alla finanza, atteggiamento che con il tempo lo ha portato a un calo di voti tale da essere diventato, di fatto, ininfluente nell’attuale quadro parlamentare.

Compiendo, in questo modo, quello che non esito a definire un autentico crimine politico, perchè priva il Paese della possibilità di avere una opposizione reale, credibile, affidabile, in grado di contrastare efficacemente l’azione del Governo, come accade in tutte le democrazie mature ed effettivamente sviluppate, cosa che con  tutta evidenza l’Italia non è.

Questo preambolo anche per specificare che io non sono e non credo sarò mai un elettore del M5S, i cui proponimenti non condivido in larga parte, così come sono profondamente contrario al modo con il quale i rappresentanti del Movimento affrontano i problemi, dando l’impressione di inseguire il facile consenso piuttosto che analizzare gli aspetti con la necessaria profondità, per intraprendere così le soluzioni più efficaci e non  quelle demagogicamente più rassicuranti: in questo modo, la gente ti sta a sentire, ti accredita la sua fiducia, ma poi alla prova dei fatti ti punisce, e gli esempi non mancano di certo.

Ma il 4 marzo u.s. il corpo elettorale si è chiaramente espresso, e dal voto è venuto fuori un Governo la cui composizione è sì bizzarra e contraddittoria, ma è pienamente legittimato non solo dai suffragi ricevuti, ma dal dettato della Costituzione vigente, e pertanto va rispettato e lasciato lavorare, giudicandone gli atti senza pregiudizi, consci come siamo che eventuali errori che dovesse commettere saranno puntualmente puniti nella prossima tornata elettorale, come è sempre stato.

Ciò che però non posso tollerare nella politica è questo dilagante processo di rimozione della storia, e non quella remota, ma la più recente, quella degli ultimi anni, della quale l’attuale situazione è diretta e fatale conseguenza.

E di questa storia recente il Senatore Matteo Renzi è uno dei più rilevanti protagonisti, avendo ricoperto tra il febbraio 2014 e il dicembre 2016 il ruolo di Presidente del Consiglio, e contemporaneamente quello di Segretario del PD.

Cosa hanno prodotto queste due esperienze? Rispettivamente:

  • come Presidente del Consiglio, aumento della disoccupazione, aumento del numero dei poveri, aumento del rapporto deficit/PIL e del debito pubblico, ultimo posto in Europa per crescita, nonostante le favorevoli condizioni congiunturali dovute al favorevole cambio €/$, basso prezzo del petrolio e quantitative easing della BCE di Mario Draghi. A questi dati oggettivi e incontrovertibili, facilmente verificabili e riscontrabili, vanno aggiunte le sonore bocciature del referendum constituzionale del dicembre 2014, e le picconate della Corte Costituzionale che ha via via smontato l’oscena legge elettorale denominata Italicum, la riforma Madia sulla P.A., e l’oscuro comportamento tenuto in occasione dello scandalo delle banche, con gli aiuti elergiti a queste ultime e la conseguente truffa perpetrata ai danni dei risparmiatori: l’elenco potrebbe continuare, ma mi fermo qui
  • come Segretario del PD, dalla gloria del 41% ottenuto nelle europee del 2014, alla polvere del 17% delle politiche del marzo 2018, il peggiore risultato di sempre ottenuto dal partito. Nel periodo compreso tra le due date, una serie ininterrotta di sconfitte elettorali nelle amministrative, comunali, regionali che hanno portato a perdere autentiche roccaforti della sinistra, a dimostrazione palese della distanza siderale che ormai separa il PD dalla sua base elettorale.

Cosa farebbe un politico serio, credibile, responsabile, disposto a sacrificare i propri interessi personali sull’altare del bene della propria parte politica e, cosa ben più importante, per il bene del proprio Paese, di fronte a un bilancia tanto negativo se non addirittura fallimentare?

E’ una domanda retorica, si ritirerebbe in buon ordine, lascerebbe il campo a una nuova classe dirigente in grado di cambiare rotta e di recuperare il terreno perduto: e infatti Renzi, dopo le sconfitte ripetute, promise di abbandonare la scena politica, ma come è suo consolidato costume, si è rimangiato la parola e, nonostante la poca considerazione della quale gode da parte della gente, continua imperterrito a pontificare ovunque e comunque.

Ieri sera è stato ospite su LA7 nella trasmissione “Di martedì”, condotta da Giovanni Floris, e ha dato, a mio sommesso parere, uno spettacolo indegno e penoso.

Una sorta di comizio durante il quale non  ha mancato di magnificare la salvifica attività del suo Governo, senza accennare neanche di sfuggita a una pur minima quanto doverosa autocritica, nella convinzione che se le mille elezioni tenutesi negli ultimi quattro anni lo hanno visto sempre clamorosamente sconfitto, la colpa non è da attribuire alla politica sbagliata che ha adottato, ma alla poca lucidità dei milioni di elettori che gli hanno voltato le spalle, con un atteggiamento borioso, spocchioso, indisponente e financo clownesco.

E alle poche domande appena incisive rivoltegli dai giornalisti intervenuti, Massimo Franco del Corriere della Sera e Massimo Giannini della Repubblica, ha risposto piccato e con atteggiamento infantile, ribaltando il senso delle cose, e addirittura negando le sue stesse parole pronunciate e scritte su vari social, nonostante il conduttore gli abbia mostrato il testo scritto delle sue dichiarazioni.

Insomma, una scena ridicola, imbarazzante per Renzi e per i giornalisti dei quali era evidente il disagio del doversi trovare a interloquire con un personaggio più adatto al palcoscenico di un  teatro del cabaret, che non alla scena politica di un grande Paese evoluto e sviluppato, e se penso che a un tale figuro è stato affidato il compito di guidarlo non riesco a soffocare la mia profonda indignazione.

Quello che non capisco è il perchè gran parte dei mass media continua a dargli credito, nonostante il profilo del nostro eroe sia ormai chiaro, trattasi di un uomo incapace di mantenere i propositi annunciati, non in grado di valutare fatti e situazioni con l’oggettività che la serietà degli argomenti richiederebbe, totalmente inaffidabile e per niente credibile, e che se avesse un sia pur minimo senso dello Stato e della dignità politica si eclisserebbe per un congruo periodo di tempo, alleggerendo i nostri occhi e le nostre orecchie della sua fastidiosa presenza.

Siamo in democrazia e ciascuno di noi ha il sacrosanto diritto di esprimere la propria opinione, che va rispettata sempre e comunque: ma un uomo politico, che si propone per guidare la comunità, ha il dovere della coerenza, della sincerità, della responsabilità, tutte doti delle quali  Renzi è totalmente sprovvisto.

E finchè questo triste personaggio imperverserà, la sinistra italiana sarà in ininfluente nello scenario politico, perpetuando il vulnus democratico già in atto, giacchè non vi è democrazia senza discussione critica tra le parti, senza contraddittorio in grado di migliorare i provvedimenti dei governo pro tempore.

Spero ardentemente che il PD lo capisca, per tentare una necessaria rinascita e il ritorno ai suoi valori fondanti, il che non  vuol dire essere retrogradi ma rispettare i sentimenti della gente che costituisce il suo riferimento sociale, e che i mezzi di informazione smettano di scodinzolare al cospetto di un personaggio che ha oggettivamente dimostrato di non essere adeguato al ruolo al quale fu colpevolmente chiamato.

 

 

 

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