La spocchia dell'”intellighenzia”

Ieri si sono tenute le elezioni di mid term negli USA, classico appuntamento elettorale che si pone nel periodo di mezzo dei quattro anni di incarico del Presidente, per eleggere la Camera e il Senato.

Storicamente questa tornata elettorale si configura come una sorta di referendum sull’operato del Presidente USA, e non di rado accade che le due assemblee si trovino nella condizione di non vedere risultati omogenei: è esattamente quanto è accaduto anche questa volta, con il Senato a maggioranza repubblicana, e quindi a favore di Trump, e la Camera a maggioranza democratica, avversa al Presidente, il quale si troverà nei restanti due anni del suo mandato a dover governare tra mille difficoltà, “lame duck”, come dicono gli americani, anatra zoppa, non potendo disporre di una maggioranza sicura capace di supportarlo.

Come dicevo poco fa, questa situazione è ricorrente negli USA, e normalmente è la condizione attraverso la quale inizia, di fatto, la campagna elettorale verso le presidenziali del 2020.

I mass media italiani hanno dato grande risalto all’evento, come d’altronde è giusto ove si consideri la strategica importanza geopolitica che i fatti degli USA assumono: stiamo parlando della più grande democrazia del mondo, dell’unica superpotenza sopravvissuta alla guerra fredda, e non vi è dubbio alcuno che ciò che accade in quel grande Paese si riverberi fatalmente anche sul resto del mondo, influenzando gli equilibri politici e le dinamiche di potere.

Questa premessa per riflettere su come i mass media italiani hanno commentato l’evento ma, soprattutto, come la cosiddetta intellighenzia, cioè quel gruppo di intellettuali, giornalisti, opinionisti e affini trattano i risultati elettorali, quando gli stessi non sono perfettamente allineati ai loro convincimenti.

Donald Trump, attuale Presidente degli USA, è certamente un personaggio singolare, sia per la sua storia personale, sia per gli atteggiamenti che assume, che certamente ne fanno un elemento dirompente nel panorama politico mondiale, e mai si sarebbe potuto pensare che potesse arrivare ad assumere una carica così importante: ma va detto che è diventato Presidente non già per un complotto di chissà quale gruppo segreto di poteri più o meno forti, e tanto meno in virtù di oscure manovre di palazzo, cosa che semmai è accaduta spesso qui da noi in Italia, ahimè, come la storia dimostra, portando al potere chi non ha ricevuto il consenso popolare.

Trump è stato eletto Presidente degli USA con libere e democratiche elezioni, votato da cittadini di qualsiasi ceto e gruppo sociale, secondo le regole di una democrazia alla quale dovremmo guardare e trarre esempio, che dispone di una legge elettorale magari discutibile nei suoi meccanismi attuativi (Trump ha preso meno voti della sua rivale Hillary Clinton, ma è stato eletto appunto per i criteri che la legge stabilisce), ma che è in vigore da sempre e non viene cambiata spesso come da noi seguendo i sondaggi (vedi le ultime fallimentari esperienze dell’Italicum e del Rosatellum, entrambe orride, e approvate a suon di fiducie, facendo scempio dei principi più elementari della democrazia e del galateo parlamentare, ma questo è un altro discorso).

Ebbene, invece di riconoscere il verdetto insindacabile del corpo elettorale, e condurre una seria analisi per individuare le cause che hanno portato a tale risultato, i nostri ineffabili intellettuali riducono tutto in macchietta, considerano Trump un equivoco della storia (e quello intanto governa la più grande Nazione del mondo e le sue politiche condizionano le nostre, ci piaccia o no…) e, quel che più è grave, continuano imperterriti a considerare tutti coloro i quali hanno osato votare per un simile personaggio dei caproni, illetterati, ignoranti e quasi analfabeti, afflitti inguaribilmente da quella malattia che il prode Carlo Calenda, uno dei nuovi idoli di tale classe, definisce “ignoranza funzionale”, riferendosi a ciò che di analogo accade in Italia.

La vicenda Trump, sulla quale mi sono così lungamente soffermato, mi ha fornito l’ulteriore spunto per segnalare, ove mai ve ne fosse necessità, quanto stucchevole e sgradevole è diventato l’atteggiamento spocchioso, supponente e altezzoso di questi tristi personaggi: stamani Beppe Severgnini, giornalista e scrittore peraltro divertente quando non si abbandona ad analisi politiche chiaramente poco equilibrate, e che non ha ancora elaborato il lutto subito in occasione delle elezioni italiane del 4 marzo u.s., con la disfatta del PD per il quale palesemente parteggia, chiamato a commentare i risultati americani, ha lamentato che a volte tali analisi vengono chieste a commentatori che non solo non conoscono gli USA come lui, che vi ha vissuto, ma che non sono capaci nemmeno di parlare l’inglese… ben strano presupposto, sarebbe come dire che un teologo non  potrà parlare di Gesù Cristo se non quando avrà imparato a parlare fluentemente in aramaico antico!

Ma naturalmente non è il solo: in Italia ormai vi sono interi gruppi di opinion makers che proprio non riescono a digerire il fatto che la Costituzione assegna al popolo la sovranità, che la esercita nelle forme e nei limiti che essa stessa definisce, e preferirebbe invece assegnare le decisioni a uno sparuto gruppo di persone che, non si sa in virtù di quale certificazione di competenza e onniscienza, stabiliscano chi deve governare per il bene supremo di tutti, in perfetto stile oligarchico, come piacerebbe per esempio a Eugenio Scalfari, tanto per fare un nome, ma che è in buona compagnia (Panebianco, Galimberti e tanti altri).

E quello che ho detto a proposito di Trump e delle elezioni negli USA, vale assolutamente e pedissequamente per il nostro Paese, visto che i risultati del 4 marzo e i loro effetti sulla formazione dell’attuale Governo, hanno provocato un atteggiamento dichiaratamente ostile da parte di quasi tutti i commentatori politici che si avvicendano nei talk show, che prevedono con infallibile sicumera sconquassi, disastri, rovine, invasioni di cavallette e ogni altra piaga biblica, se i partiti usciti vincitori dall’ultima tornata elettorale non toglieranno il disturbo quanto prima, come se chi li ha preceduti avessero concretizzato il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci.

Il popolo è ignorante, secondo costoro, non dispone degli elementi culturali sufficienti per prendere decisioni per le  quali non è all’altezza, meglio che al posto suo lo faccia chi, seduto comodamente nei salotti frequentati dai supposti VIP, sa cosa serve alla massa, alla quale magari si potrebbe sottrarre anche il diritto alla lettura e all’informazione, tanto, stupida com’è, non è certamente in grado di decodificarla.

E’ frustrante, almeno per me, assistere a questo squallido teatrino, alimentato e favorito dalla gran parte dei mezzi di informazione, ma mi conforta il pensare che la gente non si fa abbindolare da questi falsi profeti, che saranno pure acculturati,  infusi dalla scienza e conoscitori del’intero scibile umano, ma a mio modesto avviso farebbero bene a farsi un benefico bagno di umiltà, riconoscendo una volta per tutte che dubitare delle proprie convinzioni può aiutare financo loro, così eruditi, ad arricchire il proprio conoscere, e ad aquisire nuovi principi morali, primo fra tutti quello del rispetto della democrazia e degli effetti che essa produce, soprattutto quando questi non collimano con le proprie convinzioni.

Ma visti i precedenti, non riesco a essere ottimista…

“Di tutte le cose sicure, la più certa è il dubbio”   Bertolt Brecht

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