Il caso Francia e l’UE

Ieri sera il Presidente della Francia, Emmanuel Macron, è apparso in TV per tenere un discorso alla Nazione, per cercare di dare un segnale di disponibilità al movimento dei gilet gialli, che nelle ultime settimane stanno mettendo a ferro e fuoco il Paese, per protestare contro le politiche messe in atto dallo stesso Macron.

Questa situazione ha portato la Francia sull’orlo di una quasi guerra civile, e le immagini che le televisioni e i social stanno diffondendo dimostrano che ampie fasce della popolazione francese rinnegano le politiche poste in atto da Macron, la cui popolarità, secondo tutti gli istituti di ricerca, è crollata a livelli talmente bassi da costituire un nuovo record negativo: e in particolare, nell’ultima fine settimana, quando il movimento ha annunciato una nuova manifestazione, si è addirittura arrivati a parlare di pericolo di colpo di stato, tanto grave è apparsa la situazione, evidentemente sfuggita al controllo delle istituzioni.

Macron si è distinto, da quando è stato eletto, per un atteggiamento estremamente determinato,  poco incline all’accordo e alla ricerca della condivisione con gli strati intermedi della società francese, e ha posto in essere iniziative politiche di stampo liberista che lo hanno allontanato dalle classi sociali meno abbienti, con una evidente similitudine a ciò che la moderna sinistra, o meglio presunta tale, va operando in tutta Europa, Italia compresa.  La goccia che ha fatto traboccare il vaso è stata l’aumento delle accise sui carburanti, ma sembra chiaro che questa nuova tassa sia stata di fatto un pretesto del quale il movimento di protesta si è avvalso per dare la stura alle sue rivendicazioni.

Macron, il Presidente che vuole farsi Re, ma che è stato legittimamente eletto da una minoranza dell’elettorato francese, sfruttando la grave crisi che ha colpito i partiti tradizionali e lanciando la sua lista personale “En marche”, ha riempito in parte il vuoto che questi ultimi hanno lasciato: dopo un primo periodo durante il quale sembrava avere assunto il ruolo di paladino del più ortodosso europeismo, tanto da suscitare anche in Italia l’adesione entusiastica alla sua piattaforma politica, si è presto rivelato ben diverso da quello che era apparso.

I continui respingimenti degli emigranti che dall’Italia cercavano di recarsi in Francia, addirittura sconfinando nel nostro territorio con i suoi gendarmi in armi (e qui potremmo aprire una discussione sulla poca fermezza dimostrata dai nostri governi nel reagire a un atto inauditamente scorretto da parte di un Paese confinante), il tentativo di porre in essere un asse con la Germania per governare l’Europa da novello Imperatore, e altre iniziative che ne definiscono la voglia di grandeur tipica della cultura sciovinista francese, lo hanno forse intimamente convinto di essere la reincarnazione di Napoleone, ma la dura realtà dei fatti lo ha presto richiamato a un necessario bagno di umiltà, del quale ieri sera ha dato prova, durante il discorso alla Nazione.

E lo ha fatto annunciando delle concessioni ad alcune delle richieste dei gilet gialli, per cercare di arginarne la protesta, e riconoscendo di avere compiuto degli errori nella sua azione politica, circostanza questa che, dato il suo carattere, deve essergli costata cara.

Ora, tutto ciò lo porterà a varare delle iniziative economiche tali da far sì che i margini definiti dall’UE in tema di gestione economica saranno ampiamente superati: è chiaro che dare seguito alle promesse annunciate ieri sera porterà al superamento di quel 3% che costituisce il limite invalicabile secondo i trattati dell’UE in tema di gestione finanziaria.

Tutti sappiamo che in queste settimane il nostro attuale Governo sta trattando con la stessa UE per cercare di evitare che venga attivata una procedura d’infrazione, causata dal fatto che la Legge di Bilancio italiana per il 2019 prevede un deficit attestato al 2,4% del PIL, comunque al di sotto del citato limite del 3%.

Dalle dichiarazioni del Governo, per la verità poco chiare e piuttosto ondivaghe, pare che vi sia la disponibilità a limare quella cifra del 2,4, portandola a un livello più basso, con l’auspicio che l’UE possa accettare il taglio e non dare corso alla procedura d’infrazione: se ciò accadesse, alcune delle misure promesse dai partiti dell’attuale maggioranza non troverebbero copertura o, nella migliore delle ipotesi, dovrebbero essere pesantemente limitate.

La situazione prospettata presenta evidenti analogie con quella che si prospetta per la Francia, se Macron dovesse dare effettivo seguito alle promesse di ieri sera: con la sola ma sostanziale differenza che, se l’Italia pensa di passare dal 2,4% a una quota più bassa, la Francia dovrà salire dall’attuale ipotizzato 2,8 a ben oltre il 3.

Alcuni solerti commentatori politici, avvezzi alla più feroce critica quando si trovano a discettare delle iniziative del Governo italiano, ma sempre indulgenti nei confronti degli illuminati statisti d’oltre confine, sostengono che non si possono fare raffronti tra le situazioni dell’Italia e della Francia, per via del fatto che il rapporto deficit/PIL e lo spread italiani sono ben più ampi rispetto a quelli della Francia.

Ciò è oggettivo, ma lo è altrettanto che entrambe le manovre sarebbero comunque fatte a debito, e i trattati vigenti in ambito UE stabiliscono il limite del 3% come totem assoluto, e quindi, al di là delle diverse situazioni complessive dei due Paesi, se procedura d’infrazione deve essere attivata nei confronti dell’Italia che individua un parametro in ogni caso inferiore a quel limite, altrettanto deve essere fatto nei confronti della Francia che quel limite lo supererà ampiamente.

Ne va della credibilità dell’istituzione europea, già messa a dura prova dai numerosi errori compiuti nel corso di questi ultimi anni dall’attuazione di politiche di austerità che hanno prodotto nuova povertà e condizioni economiche il cui risultato è proprio il proliferare di movimenti di protesta, e il tramonto delle forze politiche tradizionali, che non  hanno saputo dare risposta alle istanza delle classi sociali meno abbienti.

Vedremo se il Commissario Europeo Pierre Moscovici, così prodigo di bacchettate a quel discolo impenitente del Governo italiano, sarà altrettanto inflessibile con i suoi compatrioti: se ciò non dovesse accadere, e in fretta, e se a Italia e Francia saranno riservati trattamenti differenti e non equi, a dimostrazione di un’Europa a due misure, nella quale i Paesi aderenti non hanno stessa dignità, mi aspetto una ferma, radicale e inflessibile reazione da parte delle Istituzioni italiane, al livello più alto, perchè una volta tanto venga rispettata la dignità del nostro Paese, tra i primi fondatori dell’UE da sempre sostenitore della stessa.

Se ciò non accadrà, poi sarà assolutamente ipocrita meravigliarsi se nelle prossime elezioni europee della primavera 2019 dovessero segnare un ulteriore arretramento delle forze politiche che assecondano le politiche dell’UE, per favorire i partiti che, piaccia o no, ne contestano l’impianto e ne propongono un cambiamento dell’assetto e delle norme.

Qui si vedrà qual è la tempra della nostra classe dirigente, chiamata a far rispettare una Nazione che dell’Europa ha contribuito a scrivere la storia e senza della quale l’Europa stessa non esisterebbe.

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