Il caso Sea Watch

Il caso Sea Watch sta monopolizzando tutti i mezzi d’informazione ormai da qualche giorno, riproponendo in tutta la sua evidenza quanto il fenomeno dell’immigrazione sia diventato centrale e sensibile presso l’opinione pubblica.

Intendiamoci, oggettivamente deve essere ricordato che tale problema presenta almeno due chiavi di lettura:

  • quello dei numeri, che stabilisce che parlare di emergenza è improprio, tanto più dopo che dal 2018 gli sbarchi sono drasticamente calati, grazie all’azione prima del Ministro Minniti e ora del Ministro Salvini e dei rispettivi Governi
  • ciò nondimeno, la percezione della gente racconta una storia diversa, e di questo bisogna tenere assolutamente conto, dal momento che la vita quotidiana e le sensazioni che ne connotano lo svolgersi non subiscono l’influenza dei dati statistici, ma piuttosto quello che determina la qualità della vita stessa è il fatto di sentirsi sicuri, di non nutrire timori, di poter uscire la sera per una passeggiata senza la paura di essere aggrediti, e purtroppo, al di là della fredda aridità delle cifre, in certi quartieri e soprattutto nelle periferie delle nostre città, tutto ciò non si concretizza. Ne consegue il fatto che la gente vede negli immigrati, a torto o a ragione, una delle fonti delle loro insicurezze.

A poco servono le indagini sociologiche, le dotte analisi di sedicenti esperti che, al riparo nelle loro ricche abitazioni nei quartieri più esclusivi delle rispettive città, si abbandonano a considerazioni ligie alla deprecabile adorazione del politicamente corretto, salvo poi stupirsi quando le tornate elettorali finiscono con il premiare quelle forze politiche che, magari talvolta  in maniera strumentale, danno risposte alle istanze della gente comune, venendo tacciate di populismo, con atteggiamento spocchioso e saccente: la realtà però è più complessa, e la voce che viene dal “basso” va ascoltata, non dileggiata e derisa.

Ma non è questo il vero motivo che mi induce a parlare del caso Sea Watch, e quindi vengo al dunque.

La nave è da giorni alla fonda davanti a Siracusa, con a bordo 47 migranti raccolti nelle acque della Libia: batte bandiera olandese, e questa considerazione è di estrema importanza per le considerazioni che devono essere espresse.

I mezzi d’informazione, giornali, TV, radio e quant’altro, fatte salve rarissime eccezioni, stanno letteralmente massacrando l’azione del Governo che al momento non consente che i 47 migranti sbarchino sul territorio italiano, per procedere con l’iter per il riconoscimento del loro status.

In particolare, si fa leva sul fatto che i 47 migranti, tra i quali ci sarebbero minorenni, devono sbarcare perchè le condizioni di vita a bordo sono ormai insostenibili: ebbene, è sicuramente così, e lo dico con cognizione di causa.

Sono stato imbarcato per anni sulle Navi della Marina Militare, e so per esperienza diretta che costringere tanta gente in spazi angusti e promiscui, in condizioni per le quali le Navi stesse non  sono state progettate, è possibile soltanto in condizioni di emergenza e per periodi limitati al necessario: protrarre oltre questi limiti la permanenza a bordo è addirittura pericoloso, sia per motivi  sanitari che di sicurezza.

Quindi, la mia posizione è che i migranti debbano essere sbarcati al più presto, identificati, messi su di un idoneo mezzo di trasporto e portati in Olanda, e ora spiegherò il perchè.

Questo pomeriggio, su LA7, durante la trasmissione Tagadà, è intervenuta la Prof.ssa Elda Turco Bulgherini, ordinario di diritto della navigazione presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Roma “Tor Vergata”: finalmente, ho pensato, almeno sentiamo la voce di una persona che conosce una materia tanto complessa, visto che da giorni sentiamo pareri strampalati e destituiti di ogni fondamento, da parte di tuttologi che, avendo visto il mare solo in cartolina, fanno scempio delle leggi della navigazione e, quel che è più grave, dell’intelligenza altrui.

La Professoressa, argomentando come si conviene e con assoluta precisione, chiarezza e dovizia di particolari, ha esposto i fatti in punta di diritto e ha spiegato quanto segue:

  • la Sea Watch ha soccorso e raccolto i migranti in acque internazionali in prossimità delle coste libiche, ha volto la prora a nord e ha iniziato la navigazione verso il primo porto sicuro, in ossequio alle millenarie leggi del mare e ai trattati internazionali che regolano la materia
  • osservate una cartina del Mediterraneo, e vedrete che la Nazione più vicina, per la rotta seguita dalla nave, è la Tunisia, e quindi il Comandante avrebbe dovuto volgere la sua prora in quella direzione, avendo a cuore l’incolumità dei 47 migranti e la loro salvezza. La Professoressa Turco Bulgherini ha chiaramente affermato che questa sarebbe stata la sola soluzione da adottare, sia per le ragioni umanitarie testè addotte, sia in punta di diritto, perchè la Tunisia ha la propria zona SAR (Search and Rescue) di competenza entro la quale DEVE assicurare assistenza a chi la chiede, cosa che tuttavia il Comandante non ha fatto

il_canale_di_sicilia_e_le_sar_716_1000

  • ma che fa invece il Comandante della Sea Watch? Prosegue verso nord, nonostante fosse a sole 40 miglia nautiche dalle coste tunisine, con  la possibilità quindi di raggiungerle entro poche ore, e così entra nella zona di competenza SAR di Malta, ma anche in questo caso non pensa di dirigere verso La Valletta, perseguendo il nobile fine del salvataggio dei 47 migranti, ma procede ancora in direzione nord fino a quando finalmente entra in zona italiana e, arrivato al largo di Siracusa, si pone alla fonda in quelle acque.

Per riassumere, il Comandante della Sea Watch, avendo a bordo 47 persone in situazione certamente precaria, a quanto riferisce con mare agitato, piuttosto che cercare immediato riparo nel porto sicuro più vicino, ovvero prima in Tunisia e poi a Malta, decide di prolungare a dismisura il suo viaggio verso le coste italiane e, così facendo, lasciando il cerino in mano al nostro Governo, del quale peraltro è nota la posizione sull’argomento: quali siano le ragioni del suo inaccettabile comportamento non è dato sapersi, ma ha certamente contravvenuto alle norme internazionali.

La Professoressa Turco Bulgherini ha concluso il suo intervento affermando che, al di là di qualsiasi considerazione di natura umanitaria, dal momento che come al solito l’Europa brilla per la sua assenza, e visto che i migranti sono stati raccolti in acque internazionali, la loro gestione ricade sotto la responsabilità dell’Olanda, semplicemente perchè la Sea Watch naviga sotto quella bandiera e quindi è iscritta al Registro Navale di quella Nazione: vi lascio immaginare lo sconcerto dell’ineffabile conduttrice della trasmissione, tale Tiziana Panella che, chiaramente disorientata dal fatto che la Professoressa non avesse addossato ogni responsabilita’ all’Italia, non sapeva più come ribattere…

Insomma, in buona sostanza non si capiscono le ragioni che hanno indotto il Comandante della Sea Watch ad assumere decisioni così ingiustificate, che non hanno tenuto in alcun conto nè la necessità di garantire ai migranti la pronta assitenza, nè il rispetto delle leggi e delle norme, sia quelle scritte che quelle del mare che si tramandano da secoli, e di questo deve essere chiamato a rispondere nelle sedi opportune.

Quelli che ho elencato sono fatti, sostanziali e oggettivi, e mi sottraggo allo squallido teatrino al quale stiamo purtroppo assistendo, teso a distinguere i buoni dai cattivi, con atteggiamento manicheo dettato dalla cattiva fede  di chi vi si abbandona, per ragioni bieche e meschine.

Chiunque conosca il mare e le sue leggi sa che il dovere del soccorso è sacro, e che non deve tenere conto di etnia, religione, nazionalità, sesso o età: ma questo non deve spingere alla menzogna e alla negazione dei fatti, che devono essere affermati e commentati con onestà intellettuale e non strumentalizzati, sia da parte delle forze di governo che di quelle d’opposizione, le prime vantando la propria azione, le seconde dimenticando di avere governato fino a pochi mesi fa e di avere contribuito in maniera determinante alla pessimagestione di questo fenomeno.

Quindi, la mia opinione è che ora il Governo deve autorizzare lo sbarco dei 47 migranti, i meno colpevoli di tutti in questa miserevole vicenda, li deve imbarcare su di un mezzo idoneo e portarli o sotto la sede del Governo Olandese o, se preferisce, sotto il palazzo sede del Parlamento Europeo, e che se la vedano loro: questa storia deve finire, e se in passato l’Italia ha accettato di accogliere tutti i migranti raccolti per mare, in cambio di elemosine con le quali pagare mance elettorali (chi ha orecchie per intendere intenda, vedi dichiarazioni della Bonino e della Fedeli…), ora è giunto il momento che l’Europa faccia la sua parte, altrimenti alle prossime elezioni del 4 marzo i risultati di questa politica ipocrita e falsamente buonista saranno evidenti, con buona pace dei politicamente corretti a buon mercato.

Dopo di che il Governo denunci il Comandante della Sea Watch e il suo armatore per non aver adempiuto alle norme vigenti in materia, e se la legge lo consente (io non lo so perchè sono ignorante nello specifico) la Magistratura ponga la nave sotto sequestro.

Da parte loro, i politici tutti smettano di fare passerelle, di recarsi a bordo per sincerarsi delle condizioni dei poveri 47 sventurati, dei quali di fatto non gliene frega nulla e sulla pelle dei quali speculano in maniera disonesta e mostrino, una volta tanto, rigore, onestà intellettuale e senso della realtà.

E, dulcis in fundo, i giornalisti, o per meglio appellarli i giornalai, evitino, se ne sono capaci, di mentire, di strumentalizzare ogni notizia pensando così di orientare i giudizi di chi masochisticamene li ascolta, come purtroppo io mi ostino a fare, asserviti di volta in volta a questo o a quel potente pro tempore, al quale poi voltano immediatamente le spalle quando si tratterà di saltare sul carro del prossimo vincitore.

E’ uno spettacolo indecoroso quello al quale stiamo assistendo, che dà il segno di un Paese imbarbarito, rancoroso, nel quale le fazioni e la rabbia verso l’avversario hanno la meglio sul ragionamento, sull’analisi e, purtroppo, sulla verità.

 

 

Il caso Battisti

Tutti sappiamo cosa è accaduto ieri.

Cesare Battisti, condannato in via definitiva a due ergastoli per essere stato mandante di due omicidi ed esecutore materiale di altri due, crimini perpetrati negli ormai lontani anni ’70, è arrivato ieri in Italia, proveniente dalla Bolivia ove si era rifugiato, dopo una latitanza durata 37 lunghissimi anni.

Che dire di Battisti? Nulla, basta fare una banale ricerca su Internet per leggerne la storia, quella di un ragazzo di Cisterna di Latina, un delinquente che inizia la sua triste carriera rubacchiando dove capita, viene arrestato più volte per rapina e che aderisce ai PAC (Proletari Armati per il Comunismo) dopo aver conosciuto in carcere, a Udine, Arrigo Cavallina, che di quel movimento fu l’ideologo.

Questa svolta pseudo-politica lo porterà a nuove drammatiche imprese, viene nuovamente incarcerato a Frosinone dopo l’omicidio Torregiani, evade e in contumacia viene condannato all’ergastolo nel 1985, sentenza poi confermata in Cassazione nel 1991 per quattro omicidi.

E qui inizia la sua latitanza, che lo porta prima in Messico, ove rimane per circa 10 anni, quindi nel 1990 si sposta in Francia, che ne rifiuta l’estradizione verso l’Italia in forza di quella famigerata dottrina Mitterand, che concedeva protezione a siffatti personaggi ai quali riservava un trattamento assai morbido e accomodante.

Nel 2004 viene arrestato a Parigi, su richiesta delle autorità italiane, ma una sorta di rivolta della gauche francese, assecondata da certe frange della sinistra salottiera italiana, ne impedisce ancora una volta il trasferimento in Italia, e così Battisti approfitta dell’occasione e se ne va in Brasile, ove si sposa, ha un figlio, e si improvvisa scrittore di romanzi gialli, peraltro di non eccelsa qualità.

Anche in questo caso, gode della protezione dei regimi brasiliani dell’epoca e in particolare di quello del cosiddetto Presidente operaio, quel Luiz Inácio Lula da Silva, osannato dalla sinistra italiana come esempio di virtù e di buon governo che, per contrappasso dantesco, si trova ora in prigione perchè colpevole di corruzione.

Stesso atteggiamento assume Dilma Vana Rousseff Linhares, succeduta a Lula, poi anch’essa destituita perchè accusata di aver truccato i dati sul deficit di bilancio annuale.

La svolta si verifica con l’insediamento del nuovo Presidente brasiliano Jair Bolsonaro, esponente della destra nel Partito Social Cristiano: il resto è cronaca dei nostri giorni.

Ho già ricordato che la latitanza di Battisti è durata ben 37 anni, durante i quali i tanti Governi che si sono succeduti hanno sì tentato di riportarlo in Italia perchè potesse scontare la sua pena, ma con risultati miserrimi, anzi subendo di volta in volta veri e propri affronti da Nazioni teoricamente amiche, come appunto la Francia e il Brasile, ricevendone autentici schiaffi sul viso, senza mai far valere le nostre ragioni, in punta di diritto, e subendo passivamente lezioni di civiltà, quasi l’Italia fosse un Paese del Terzo Mondo – con tutto il rispetto che si deve a quelle Nazioni – e non la Patria del diritto, della cultura, del Rinascimento e faro rispetto al quale gran parte del mondo dovrebbe considerazione.

Ricordo ancora con quanti onori Lula veniva ricevuto in Italia, e come i politici del momento si facevano ritrarre in sua compagnia osannandolo, invece di chiedergli rispetto nei nostri confronti e rispetto per le leggi.

renzi-lula  luiz_inacio_lula_da_silva_and_silvio_berlusconi_20080709  boldrini lula

E ricordo anche le petizioni firmate e gli appelli lanciati da tanti pseudo intellettuali italiani, che chiedevano a gran voce di riconsiderare la storia e la sorte giudiziaria di Battisti: tra i tanti mi piace ricordare quanto ebbe ad affermare Roberto Saviano, che lo definì “un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista, in una parola un intellettuale vero”, salvo poi ritrattare parzialmente, accortosi delle ridicole corbellerie proferite.

Ma ora tutto questo è superato, Battisti è stato catturato, si  trova nel carcere di Oristano, e finalmente l’Italia tutta può unirsi per affermare il diritto, la certezza della pena e le ragioni della legge: o meglio, questo è ciò che dovrebbe verificarsi in uno Stato democratico, rispettoso di sè stesso e delle sue stesse regole.

Ma l’Italia, ahimè, non è un Paese normale, e schiavo come si ritrova a essere delle sue ataviche e ingiustificate paure, figlie di una sottocultura che ancora ne impedisce lo sviluppo di un pensiero libero e scevro da pregiudizi e falsi miti, preferisce dividersi anche in un’occasione che dovrebbe invece favorire unità di visione e di giudizio: perchè stiamo parlando di una persona che, giudicata da Tribunali di questo Paese, sulla base e in forza di leggi vigenti, è stata condannata per efferati crimini, che hanno privato della vita persone comuni, devastando l’esistenza dei loro cari (il figlio del gioielliere Torregiani, colpito da una pallottola durante l’azione che costò la vita al padre, vive da allora paralizzato su di una sedia a rotelle, tanto per fare un esempio), e quindi deve scontare la sua pena, nel godimento di tutti i diritti che la Costituzione gli garantisce, ma senza sconti e falsa comprensione.

E non attribuisco all’attuale Governo tutto il merito di avere posto fine a questa storia, la cui complessità è tale da farmi ritenere che i contatti, le relazioni, le iniziative poste in essere per catturare Battisti siano iniziate ben prima del suo insediamento, e quindi credo che sia ragionevole pensare che anche i precedenti Governi abbiato agito per il raggiungimento di questo obiettivo: ma certo è un fatto oggettivo che dopo 37 anni, solo ora Battisti sia stato assicurato alle patrie galere, e il cambiamento del quadro politico internazionale ha avuto il suo peso.

E a cosa assistiamo invece da ieri, a leggere i giornali e ad assistere ai talk show andati in onda su tutte le emittenti televisive?

  • a una dotta discussione sull’abbigliamento di Salvini, che ancora una volta si abbandona a quella sua dannata e stupida abitudine di indossare divise a seconda dell’occasione, con atteggiamento demagogico e che assolutamente condanno, non prima però di aver ricordato che questo è un vezzo nel quale cadono tutti i politici, che così facendo sperano di ingraziarsi i favori. Avendo indossato la divisa per quarant’anni, so cosa rappresenta, e vedere il Renzi di turno, il La Russa del momento, e perfino l’inappuntabile Minniti cedere a questa orribile abitudine mi indigna, la divisa è una cosa seria e devono indossarla soltanto coloro i quali ne hanno titolo, e su questo non si scherza

renzi in mimetica    la russa divisa  Terremoto: Minniti, visto clima di grande fiducia

  • altrettanta enfasi è stata riservata al fatto che ad accogliere Battisti vi fossero Salvini con la giubba della Polizia e il Ministro per la Giustizia Bonafede, dei 5S. Probabilmente non sarebbe stato un male se ci fosse stata maggiore sobrietà, ma a parte considerazioni di carattere elettorale, anche in questo caso non mi pare che sia l’aspetto più importante della vicenda. I politici di questa nuova generazione non rinunciano mai alla ribalta, all’apparenza, a mostrarsi tronfi quando c’è da festeggiare, e a eclissarsi quando non ci sono da raccogliere facili applausi, non è certo un atteggiamento virtuoso, ma la qualità degli uomini e delle donne che ci rappresentano è questa, con buona pace di tutti.

Quello che non tollero però è che i mezzi d’informazione non riescano in alcun modo a smettere, per una volta, il vizio di seguire un vecchio proverbio cinese che dice: “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”, e invece di commentare la questione analizzandone gli aspetti più interessanti, parlando per esempio dell’azione delle nostre Forze dell’Ordine che ancora una volta mostrano tutta la loro professionalità nel silenzio e nella discrezione, e sono uomini e donne dei quali tutti noi dobbiamo essere fieri perchè rappresentano la parte migliore del nostro Paese, stanno a concionare sulle divise di Salvini, come se la cosa possa interessare a chi dispone di un minimo di coscienza critica, probabilmente rosicando perchè quanto è accaduto si è verificato in un momento storico nel quale il quadro politico complessivo non è quello che a loro aggrada, ma tant’è.

E già aleggiano i primi distinguo sulla sorte di Battisti: egli afferma in una sua dichiarazione di essere stanco, di essere cambiato, di ritenersi colpevole, anche se  non di tutte le accuse che gli sono state mosse, pentimento invero un pò tardivo, essendo trascorsi quarant’anni dai fatti durante i quali non ha mai pronunziato una sola parola di tale tenore, e certuni si spingono fino a chiedere l’amnistia, come Marco Ferrando, portavoce del Partito Comunista dei Lavoratori, Paolo Ferrero, ex deputato ed ex segretario di Rifondazione Comunista che parla di depistaggio di massa, Francesco Caruso, ex deputato di Rifondazione comunista e docente di sociologia dell’Università di Catanzaro, il quale sostiene che, visto che sono trascorsi quarant’anni dall’epoca dei fatti, lasciare Battisti in carcere non ha senso perchè l’uomo di oggi è cosa diversa da quello di allora.

Ma intanto, sempre da quarant’anni le vittime di quesi crimini giaciono nelle loro tombe, e questi tristi personaggi non hanno nessuna parola da dedicare a loro, dimentichi o, peggio, strafottenti rispetto alla sofferenza di chi incolpevolmente ha pagato un prezzo così alto.

Allora non scherziamo: chi commette delitti, chi viene giudicato da regolari Tribunali di una Nazione che si picca di definirsi democratica, emancipata, libera e giusta, e viene condannato dopo ben tre gradi di giudizio, deve scontare la sua pena, senza tentennamenti e senza che nessuno possa contestare la giustezza di sentenze emesse in armonia con le leggi vigenti: ne va della sopravvivenza del nostro sistema sociale, nel quale ciascuno di noi deve sapere che esistono leggi, norme, disposizioni il cui pedissequo rispetto è condizione necessaria per il convivere democratico e civile.

E non si può essere garantisti a seconda delle convenienze, comprensivi con gli amici, inflessibili con gli avversari: deve esistere un minimo di coerenza, di lealtà, di senso dello Stato, senza bizantinismi e capriole intellettuali.

Non è sete di vendetta, sentimento bieco, oscuro e che produce solo odio e rivalsa: è sete di giustizia, di rispetto delle istituzioni democratiche, della possibilità che si possa guardare al prossimo non come a un nemico ma come a un simile, consci del fatto che esiste uno Stato che ci tutela e che garantisce la nostra libertà, che non può esistere se non nel sacro rispetto di quella altrui.

E i mezzi d’informazione, invece che fare il tifo per questa o per quella fazione, con la assurda pretesa che chiunque abbia una sia pur minima capacità di analisi e di discernimento non se ne avveda, comincino una buona volta a fare il loro mestiere con lealtà e onestà intellettuale, recuperando la posizione eretta, da quella appecoronata che da tempo hanno assunto.

E chi se ne frega delle divise di Salvini: il livello del personaggio è quello che è, è inutile cercare di cavar sangue dalle rape, d’altronde è in buona compagnia, purtroppo per tutti noi…

 

Il M5S e le promesse mancate

Come funziona la democrazia elettiva?

Tutto sommato, è molto semplice: i partiti e i movimenti politici si presentano alle elezioni, propongono delle piattaforme all’interno delle quali elencano le iniziative che intendono concretizzare una volta al Governo, e sulla base di tali proposte chiedono, e talvolta ottengono, la fiducia degli elettori che le condividono.

Certo tutto poi dipende dai meccanismi,  spesso oscuri e lunari, della legge elettorale vigente, e mai come nel caso del periodo storico nel quale viviamo questo condiziona pesantemente l’azione delle forze che escono vincitrici dalla competizione elettorale: il tremendo Rosatellum, votato e approvato nel corso della precedente legislatura dal Governo Gentiloni (peraltro ponendo ripetutamente la questione della fiducia, con spregio totale di ogni elementare regola democratica, ma questa è un’altra questione), è una legge che il PD e Forza Italia studiarono con il chiaro intento di favorire un accordo post elettorale confidando in un loro successo in termini di suffragi, impedendo il successo del M5S ma, come spesso accade, il diavolo fa le pentole ma non i coperchi: alla fine i due partiti che avevano subdolamente escogitato lo stratagemma sono usciti clamorosamente sconfitti e i 5S hanno vinto le elezioni, con l’ennesima dimostrazione che gli elettori sono sempre più avveduti dei politici, ma questa è un’altra storia.

Tornando alle ragioni che mi hanno spinto a scivere questo post, vorrei parlare dell’atteggiamento del M5S durante la sua attività di Governo, del quale è azionista di maggioranza.

E vorrei farlo focalizzando l’attenzione su quanto accade in Puglia, mia Regione d’origine, precisando che in ogni caso ciò rappresenta quello che il movimento sta confermando comunque più in generale con le sue iniziative, anche su altri provvedimenti.

Nelle elezioni del 4 marzo u.s. il M5S in Puglia ha conseguito un successo clamoroso, sbaragliando di fatto tutti gli altri partiti e conquistando percentuali forse addirittura inaspettate: e tutto ciò grazie a una serie di proposte che hanno intercettato i pensieri e i desideri dei pugliesi, la cui terra straordinariamente bella e ridente è oggettivamente e da tempo martoriata da una politica ambientale, sociale, sanitaria e industriale che non esito a definire criminale, perpetrata dai Governi prima di centro destra e negli ultimi dieci anni di centro sinistra, che non hanno tenuto in alcun conto le reali necessità delle popolazioni, le cui richieste, spesso assolutamente ragionevoli e motivate, sono state disattese e addirittura inascoltate, con atteggiamento sprezzante e spocchiosa.

A cosa mi riferisco? Mi limiterò a fare tre casi sintomatici, ma ve ne sarebbero anche altri.

1 – ILVA di Taranto, il caso certamente più spinoso e grave, con quello che non ho alcuna remora a definire un crimine di Stato, nel quale si è biecamente barattata per decenni la salute dei tarantini con il ricatto occupazionale, fino ad arrivare a un accordo con  una cordata indiana, Accelor Mittal, al quale lo stabilimento è stato venduto, tramite una procedura di gara oscura, in merito alla quale sia l’ANAC sia il Consiglio di Stato hanno espresso forti perplessità sulla regolarità. Protagonista l’ex Ministro Calenda, pseudo rivoluzionario in sciarpa e maglioncino di cachemire comprati in qualche boutique dei Parioli, distante dalle esigenze della gente comune quanto può esserlo un esquimese trapiantato all’Equatore. Cosa ha promesso il M5S? La chiusura dello Stabilimento e la riconversione dello stesso

2 – TAP (Trans Adriatic Pipeline), cioè il gasdotto che, partendo da Kipoi, al confine tra Grecia e Turchia, deve attraversare l’Adriatico per collegarsi in Salento alla rete italiana di trasporto gas, sbarcando a Melendugno, una ridente località ricca di vegetazione e meta di turisti, penetrando nel territorio per circa 8 Km. Cosa chiedeva la popolazione del posto? Che l’approdo venisse spostato di alcuni km più a nord, evitando l’espianto di circa 10000 alberi secolari, in una zona meno turisticamente importante e a minore impatto ambientale. Ma anche in questo caso, il Governo Gentiloni, e ancora una volta il solito ex Ministro Calenda, non si sono degnati almeno di ascoltare le istanze della popolazione locale e sono andati avanti senza esitazioni. Arrivano i 5S e in campagna elettorale assicurano che, in caso di loro vittoria, l’approdo a Melendugno non si farà per nessuna ragione, tra il tripudio della gente del posto

3 – Trivelle nel mar Jonio. Le ricerche di idrocarburi furono autorizzate dal Ministro Galletti, in carica nei Governi Renzi e Gentiloni, che giudicò positiva la Valutazione di Impatto Ambientale elaborata dalla Commissione all’uopo nominata. Ricorderete il referendum all’argomento, vanificato dal mancato raggiungimento del quorum e per scongiurare il quale l’allora Presidente del Consiglio Renzi si spese, dimenticando le sue millantate origini di sinistra, alimentando una feroce polemica con il Presidente della Regione Puglia, Emiliano, anch’egli del PD, schieratosi contro le trivellazioni. L’autorizzazione all’attività fu poi confermata dal Ministero per lo Sviluppo Economico del Governo Gentiloni (Ministro Calenda, e come ti sbagli…). Anche in questo caso, durante la campagna elettorale, il M5S garantì la revoca della concessione, tra squilli di trombe e fanfare.

Senza entrare nel merito tecnico delle singole questioni, quello che mi piace segnalare è che per tutti e tre i casi il M5S, ora che è al Governo, ha tradito le promesse fatte in campagna elettorale:

1- per l’ILVA, il Ministro Di Maio ha sì oggettivamentemigliorato l’accordo del suo predecessore con la cordata che ha vinto la gara, ma certamente non ha mantenuto la promessa di chiudere lo Stabilimento, provocando la veemente reazione dei tarantini che sulla base delle sue assicurazioni avevano accordato la fiducia al M5S

2 – per la TAP, idem, l’approdo a Melendugno si farà e anche in questo caso tradendo le promesse fatte e sulla base delle quali sono stati presi i voti

3 – lo stesso vale per le trivelle, il MISE, e il Ministro Di Maio, hanno confermato l’autorizzazione alle ricerche nel mar Jonio, in barba a quanto dichiarato in campagna elettorale.

In tutti e tre i casi, Di Maio si è giustificato adducendo quale motivo il fatto che tali provvedimenti erano stati già stabiliti dai precedenti Governi, e che annullarli vorrebbe dire aprire contenziosi con le aziende titolari delle concessioni e dei contratti che potrebbero avere devastanti impatti, procedurali ed economici: ma la scusa non regge,  dal momento che ciò, pur essendo ragionevole, era certamente noto anche durante la campagna elettorale e quindi se ne poteva tranquillamente tenere conto, e dichiararlo con onestà all’elettorato, cosa che invece ci si è guardati bene dal fare.

Allora, perchè sia chiaro, e al di là della valutazione tecnica che ciascuno di noi può esprimere in materia di politica industriale, ambientale e sanitaria che dovrebbe essere alla base di qualsiasi decisione presa con cognizione di causa, quello che è chiaro e palese è che il M5S sta tradendo il patto stipulato con  i suoi elettori: e a poco valgono le giustificazioni addotte da Di Maio, il quale attribuisce la responsabilità di ciò alle decisioni prese dai precedenti Governi.

E’ vero che nei tre casi specifici gli accordi sono stati stipulati dai Governi Renzi e Gentiloni, ma è piena facoltà dell’attuale esecutivo quella di emendarli, ricorrendo alle procedure che la legge prevede, se si crede davvero nella giustezza di ciò e soprattutto se le elezioni sono state vinte anche grazie alle promesse fatte e che devono essere mantenute.

E’ troppo facile sottrarsi alle proprie responsabilità attribuendole agli altri, non più in carica, e la gente questo lo sa, e se non si assumono decisioni anche importanti, per insipienza o per opportunità, poi il prezzo si paga.

E’ accaduto al PD, che ha voltato le spalle alle sue classi sociali tipicamente di riferimento e rivolgendosi a quelle delle ZTL delle grandi città, cedendo milioni di voti proprio al M5S che ha fiutato il vento e li ha raccolti con successo.

E, se continua così, è ciò che accadrà al M5S nel caso che dimentichi ciò che con grande risonanza ha dichiarato, promesso e sacramentato durante la roboante campagna elettorale: le prossime elezioni europee sono vicine, e se i sondaggi dovessero rivelarsi attendibili, una flessione del M5S è prevedibile e ciò, se poi la Lega dovesse crescere come gli stessi sondaggi lasciano prevedere, potrebbe ripercuotersi sensibilmente sul già precario equilibrio del Governo, nel quale vanno quotidianamente emergendo le contraddizioni tra i due partiti che lo sostengono, le cui posizioni ideologiche e gli stessi bacini di riferimento sono oggettivamente lontani e spesso inconciliabili.

Le regole della democrazia sono semplici e chiare, anche se in questo contraddittorio Paese molto spesso le disattendiamo, e la lealtà e la coerenza ne impongono il rispetto, anche a costo di prendere decisioni impopolari e complicate: altrimenti bisogna prendere atto della propria inadeguatezza e assumersi le opportune responsabilità.

E’ il solo modo per acquisire autorevolezza e credibilità, condizioni imprescindibili per chiunque voglia accollarsi l’onere e l’onore di gestire la cosa pubblica nell’interesse superiore della comunità, e non per vanagloria o ricerca del tornaconto personale: e ciò vale anche e soprattutto per chi, come nel caso del M5S, proprio del bene comune e della coerenza ha fatto la propria bandiera.