Il caso Battisti

Tutti sappiamo cosa è accaduto ieri.

Cesare Battisti, condannato in via definitiva a due ergastoli per essere stato mandante di due omicidi ed esecutore materiale di altri due, crimini perpetrati negli ormai lontani anni ’70, è arrivato ieri in Italia, proveniente dalla Bolivia ove si era rifugiato, dopo una latitanza durata 37 lunghissimi anni.

Che dire di Battisti? Nulla, basta fare una banale ricerca su Internet per leggerne la storia, quella di un ragazzo di Cisterna di Latina, un delinquente che inizia la sua triste carriera rubacchiando dove capita, viene arrestato più volte per rapina e che aderisce ai PAC (Proletari Armati per il Comunismo) dopo aver conosciuto in carcere, a Udine, Arrigo Cavallina, che di quel movimento fu l’ideologo.

Questa svolta pseudo-politica lo porterà a nuove drammatiche imprese, viene nuovamente incarcerato a Frosinone dopo l’omicidio Torregiani, evade e in contumacia viene condannato all’ergastolo nel 1985, sentenza poi confermata in Cassazione nel 1991 per quattro omicidi.

E qui inizia la sua latitanza, che lo porta prima in Messico, ove rimane per circa 10 anni, quindi nel 1990 si sposta in Francia, che ne rifiuta l’estradizione verso l’Italia in forza di quella famigerata dottrina Mitterand, che concedeva protezione a siffatti personaggi ai quali riservava un trattamento assai morbido e accomodante.

Nel 2004 viene arrestato a Parigi, su richiesta delle autorità italiane, ma una sorta di rivolta della gauche francese, assecondata da certe frange della sinistra salottiera italiana, ne impedisce ancora una volta il trasferimento in Italia, e così Battisti approfitta dell’occasione e se ne va in Brasile, ove si sposa, ha un figlio, e si improvvisa scrittore di romanzi gialli, peraltro di non eccelsa qualità.

Anche in questo caso, gode della protezione dei regimi brasiliani dell’epoca e in particolare di quello del cosiddetto Presidente operaio, quel Luiz Inácio Lula da Silva, osannato dalla sinistra italiana come esempio di virtù e di buon governo che, per contrappasso dantesco, si trova ora in prigione perchè colpevole di corruzione.

Stesso atteggiamento assume Dilma Vana Rousseff Linhares, succeduta a Lula, poi anch’essa destituita perchè accusata di aver truccato i dati sul deficit di bilancio annuale.

La svolta si verifica con l’insediamento del nuovo Presidente brasiliano Jair Bolsonaro, esponente della destra nel Partito Social Cristiano: il resto è cronaca dei nostri giorni.

Ho già ricordato che la latitanza di Battisti è durata ben 37 anni, durante i quali i tanti Governi che si sono succeduti hanno sì tentato di riportarlo in Italia perchè potesse scontare la sua pena, ma con risultati miserrimi, anzi subendo di volta in volta veri e propri affronti da Nazioni teoricamente amiche, come appunto la Francia e il Brasile, ricevendone autentici schiaffi sul viso, senza mai far valere le nostre ragioni, in punta di diritto, e subendo passivamente lezioni di civiltà, quasi l’Italia fosse un Paese del Terzo Mondo – con tutto il rispetto che si deve a quelle Nazioni – e non la Patria del diritto, della cultura, del Rinascimento e faro rispetto al quale gran parte del mondo dovrebbe considerazione.

Ricordo ancora con quanti onori Lula veniva ricevuto in Italia, e come i politici del momento si facevano ritrarre in sua compagnia osannandolo, invece di chiedergli rispetto nei nostri confronti e rispetto per le leggi.

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E ricordo anche le petizioni firmate e gli appelli lanciati da tanti pseudo intellettuali italiani, che chiedevano a gran voce di riconsiderare la storia e la sorte giudiziaria di Battisti: tra i tanti mi piace ricordare quanto ebbe ad affermare Roberto Saviano, che lo definì “un uomo onesto, arguto, profondo, anticonformista, in una parola un intellettuale vero”, salvo poi ritrattare parzialmente, accortosi delle ridicole corbellerie proferite.

Ma ora tutto questo è superato, Battisti è stato catturato, si  trova nel carcere di Oristano, e finalmente l’Italia tutta può unirsi per affermare il diritto, la certezza della pena e le ragioni della legge: o meglio, questo è ciò che dovrebbe verificarsi in uno Stato democratico, rispettoso di sè stesso e delle sue stesse regole.

Ma l’Italia, ahimè, non è un Paese normale, e schiavo come si ritrova a essere delle sue ataviche e ingiustificate paure, figlie di una sottocultura che ancora ne impedisce lo sviluppo di un pensiero libero e scevro da pregiudizi e falsi miti, preferisce dividersi anche in un’occasione che dovrebbe invece favorire unità di visione e di giudizio: perchè stiamo parlando di una persona che, giudicata da Tribunali di questo Paese, sulla base e in forza di leggi vigenti, è stata condannata per efferati crimini, che hanno privato della vita persone comuni, devastando l’esistenza dei loro cari (il figlio del gioielliere Torregiani, colpito da una pallottola durante l’azione che costò la vita al padre, vive da allora paralizzato su di una sedia a rotelle, tanto per fare un esempio), e quindi deve scontare la sua pena, nel godimento di tutti i diritti che la Costituzione gli garantisce, ma senza sconti e falsa comprensione.

E non attribuisco all’attuale Governo tutto il merito di avere posto fine a questa storia, la cui complessità è tale da farmi ritenere che i contatti, le relazioni, le iniziative poste in essere per catturare Battisti siano iniziate ben prima del suo insediamento, e quindi credo che sia ragionevole pensare che anche i precedenti Governi abbiato agito per il raggiungimento di questo obiettivo: ma certo è un fatto oggettivo che dopo 37 anni, solo ora Battisti sia stato assicurato alle patrie galere, e il cambiamento del quadro politico internazionale ha avuto il suo peso.

E a cosa assistiamo invece da ieri, a leggere i giornali e ad assistere ai talk show andati in onda su tutte le emittenti televisive?

  • a una dotta discussione sull’abbigliamento di Salvini, che ancora una volta si abbandona a quella sua dannata e stupida abitudine di indossare divise a seconda dell’occasione, con atteggiamento demagogico e che assolutamente condanno, non prima però di aver ricordato che questo è un vezzo nel quale cadono tutti i politici, che così facendo sperano di ingraziarsi i favori. Avendo indossato la divisa per quarant’anni, so cosa rappresenta, e vedere il Renzi di turno, il La Russa del momento, e perfino l’inappuntabile Minniti cedere a questa orribile abitudine mi indigna, la divisa è una cosa seria e devono indossarla soltanto coloro i quali ne hanno titolo, e su questo non si scherza

renzi in mimetica    la russa divisa  Terremoto: Minniti, visto clima di grande fiducia

  • altrettanta enfasi è stata riservata al fatto che ad accogliere Battisti vi fossero Salvini con la giubba della Polizia e il Ministro per la Giustizia Bonafede, dei 5S. Probabilmente non sarebbe stato un male se ci fosse stata maggiore sobrietà, ma a parte considerazioni di carattere elettorale, anche in questo caso non mi pare che sia l’aspetto più importante della vicenda. I politici di questa nuova generazione non rinunciano mai alla ribalta, all’apparenza, a mostrarsi tronfi quando c’è da festeggiare, e a eclissarsi quando non ci sono da raccogliere facili applausi, non è certo un atteggiamento virtuoso, ma la qualità degli uomini e delle donne che ci rappresentano è questa, con buona pace di tutti.

Quello che non tollero però è che i mezzi d’informazione non riescano in alcun modo a smettere, per una volta, il vizio di seguire un vecchio proverbio cinese che dice: “quando il saggio indica la luna, lo stolto guarda il dito”, e invece di commentare la questione analizzandone gli aspetti più interessanti, parlando per esempio dell’azione delle nostre Forze dell’Ordine che ancora una volta mostrano tutta la loro professionalità nel silenzio e nella discrezione, e sono uomini e donne dei quali tutti noi dobbiamo essere fieri perchè rappresentano la parte migliore del nostro Paese, stanno a concionare sulle divise di Salvini, come se la cosa possa interessare a chi dispone di un minimo di coscienza critica, probabilmente rosicando perchè quanto è accaduto si è verificato in un momento storico nel quale il quadro politico complessivo non è quello che a loro aggrada, ma tant’è.

E già aleggiano i primi distinguo sulla sorte di Battisti: egli afferma in una sua dichiarazione di essere stanco, di essere cambiato, di ritenersi colpevole, anche se  non di tutte le accuse che gli sono state mosse, pentimento invero un pò tardivo, essendo trascorsi quarant’anni dai fatti durante i quali non ha mai pronunziato una sola parola di tale tenore, e certuni si spingono fino a chiedere l’amnistia, come Marco Ferrando, portavoce del Partito Comunista dei Lavoratori, Paolo Ferrero, ex deputato ed ex segretario di Rifondazione Comunista che parla di depistaggio di massa, Francesco Caruso, ex deputato di Rifondazione comunista e docente di sociologia dell’Università di Catanzaro, il quale sostiene che, visto che sono trascorsi quarant’anni dall’epoca dei fatti, lasciare Battisti in carcere non ha senso perchè l’uomo di oggi è cosa diversa da quello di allora.

Ma intanto, sempre da quarant’anni le vittime di quesi crimini giaciono nelle loro tombe, e questi tristi personaggi non hanno nessuna parola da dedicare a loro, dimentichi o, peggio, strafottenti rispetto alla sofferenza di chi incolpevolmente ha pagato un prezzo così alto.

Allora non scherziamo: chi commette delitti, chi viene giudicato da regolari Tribunali di una Nazione che si picca di definirsi democratica, emancipata, libera e giusta, e viene condannato dopo ben tre gradi di giudizio, deve scontare la sua pena, senza tentennamenti e senza che nessuno possa contestare la giustezza di sentenze emesse in armonia con le leggi vigenti: ne va della sopravvivenza del nostro sistema sociale, nel quale ciascuno di noi deve sapere che esistono leggi, norme, disposizioni il cui pedissequo rispetto è condizione necessaria per il convivere democratico e civile.

E non si può essere garantisti a seconda delle convenienze, comprensivi con gli amici, inflessibili con gli avversari: deve esistere un minimo di coerenza, di lealtà, di senso dello Stato, senza bizantinismi e capriole intellettuali.

Non è sete di vendetta, sentimento bieco, oscuro e che produce solo odio e rivalsa: è sete di giustizia, di rispetto delle istituzioni democratiche, della possibilità che si possa guardare al prossimo non come a un nemico ma come a un simile, consci del fatto che esiste uno Stato che ci tutela e che garantisce la nostra libertà, che non può esistere se non nel sacro rispetto di quella altrui.

E i mezzi d’informazione, invece che fare il tifo per questa o per quella fazione, con la assurda pretesa che chiunque abbia una sia pur minima capacità di analisi e di discernimento non se ne avveda, comincino una buona volta a fare il loro mestiere con lealtà e onestà intellettuale, recuperando la posizione eretta, da quella appecoronata che da tempo hanno assunto.

E chi se ne frega delle divise di Salvini: il livello del personaggio è quello che è, è inutile cercare di cavar sangue dalle rape, d’altronde è in buona compagnia, purtroppo per tutti noi…

 

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