Cinema e politica

Torno a scrivere sul blog dopo non averlo fatto per un lungo periodo: probabilmente perchè ho provato una sorta di senso di nausea verso il sistema politico che mi appare ormai totalmente e drammaticamente inadeguato per gestire un momento tanto complicato, con il Governo paralizzato tra litigi e polemiche, tra diverse valutazioni sui provvedimenti da prendere per dare respiro e speranza a un Paese in difficoltà, e alle prese con casi giudiziari sui quali criteri di rigore ed etica vengono applicati in forma diversa, a seconda che coinvolgano amici o rivali.

E con l’opposizione che brilla per la sua assenza, o peggio ancora per la sua stoltezza, con il PD ancora lacerato da lotte intestine, il cui unico fine è quello del migliore posizionamento alla spasmodica ricerca di posti di qualche visibilità, e totalmente incapace di condurre un’analisi schietta e onesta sulle cause che il 4 marzo dello scorso anno hanno provocato la feroce sconfitta nelle urne, con l’abbandono negli anni di milioni di elettori che hanno preferito voltare le spalle a un partito che appare ormai irrimediabilmente lontano dalle esigenze della gente comune.

E nemmeno la nuova leadership mostra segnali incoraggianti, e tra proposte di legge e iniziative strampalate e fuori dalla grazia di Dio (aumento delle retribuzioni dei parlamentari!!! o referendum per l’abolizione del Reddito di Cittadinanza, provvedimento palesemente di sinistra…) Zingaretti non trova nulla di più efficace da fare se non contestare qualsiasi iniziativa del Governo, il che è assolutamente lecito per chi si trova all’opposizione ma senza avanzare lo straccio di una proposta alternativa credibile.

E che dire di Forza Italia, e dell’eterno Berlusconi che, dimentico del fatto che l’attuale paradossale panorama politico è figlio della sua incapacità di gestione che nel 2011 portò all’insediamento del Governo Monti e dei tre successivi, Letta, Renzi e Gentiloni, in barba ai risultati elettorali, si permette ora di proporre soluzioni miracolose per la rinascita del Paese: se la faccenda non fosse seria, ci sarebbe da sbellicarsi dalle risate.

E allora, oggi scriverò di due film che ho visto al cinema nelle ultime due settimane, due storie che mi hanno fatto riflettere e che credo meritino di essere citati, e che trattano temi che in questo momento sono ampiamente dibattuti in politica.

Il primo dei due è “Cafarnao”,  della regista libanese Nadine Labaki, già protagonista e regista del bellissimo “Caramel”, di qualche anno fa: sapete che Cafarnao è la città della Galilea nella quale Gesù operò il miracolo della moltiplicazione dei pani e dei pesci e annunciò la sua morte.

Inoltre, Cafarnao ha il significato di luogo di grande confusione, mucchio confuso, e tutto ciò si ritrova nel film, che narra la storia di un ragazzino terribile, che in una Beirut caotica, povera e in preda al totale marasma, costretto a una vita disperata, in una famiglia che non sa come sfamare i propri figli, viene condotto in tribunale perchè accusato di un gravissimo reato.

Ma il vivacissimo dodicenne si rende protagonista di una clamorosa iniziativa, giacchè decide di querelare i suoi genitori perchè lo hanno messo al mondo, senza il suo consenso: tutto ciò dà il segno del disagio e dell’amarezza di una vita condotta quotidianamente tra mille stenti e nella più cupa disperazione.

La regista, con mano sicura e senza cedere a melensi e ruffiani messaggi purtroppo strumentalmente presenti nel nostro peggior cinema di maniera, e quel che è più grave negli ipocriti dibattiti televisivi e sulla stampa fintamente perbenista, ci mostra la drammaticità delle condizioni di vita in paesi da decenni tormentati da guerre e da situazioni economiche oggettivamente insostenibili: non è propriamente il caso del Libano, ma il film mi ha fatto pensare a ciò che accade nelle nazioni del nord Africa dai quali giungono sulle nostre coste profughi e migranti, e sulla pelle dei quali si gioca una partita politica indegna  e priva di logica e obiettività.

La mia personale posizione, scevra da condizionamenti politici, è che intanto il problema  del salvataggio in mare non si pone, nel senso che se vi sono vite umane in pericolo vanno poste in sicurezza senza alcun indugio, e senza porsi domande: sono uomo di mare, sono stato imbarcato per anni e so cosa vuol dire affrontare le acque in  tempesta, e chi come me ha vissuto queste esperienze sa bene che il codice etico e morale di chi va per mare è chiaro e inflessibile, quindi non vale neanche la pena di parlarne.

Altra questione è quella dell’accoglienza, e qui il mio pensiero è che il fatto che l’Italia, che per la sua posizione geografica costituisce di fatto la frontiera marittima dell’Europa, non possa e non debba farsi carico dell’intero flusso di esseri umani che sbarcano sulla nostre coste ma che il fenomeno debba essere regolato anche attraverso iniziative decise e pressanti verso quell’Europa che, in maniera colpevole, ipocrita e arrivo a definire criminale, ha scaricato sulle nostre spalle l’intera gestione del fenomeno: e ciò anche grazie alla connivenza dei governi precedenti all’attuale, colpevoli di avere barattato con l’UE pochi spiccioli di flessibilità economica con la quale pagare mancette elettorali sotto forma di inutili bonus, in cambio della rassicurazione dello sbarco in Italia di tutti i migranti in arrivo dal nord Africa.

Bene fa quindi il governo attuale a cercare di gestire il fenomeno, peraltro in continuità con l’azione dell’ex Ministro Minniti, anzi credo che dovrebbe condurre un’azione ancor più incisiva nei confronti dell’UE, perchè finalmente si faccia carico del problema, imponendo ai Paesi aderenti comportamenti responsabili, e mi riferisco per esempio alla Francia del democraticissimo Macron, il quale a parole si atteggia a libertario e paladino dell’integrazione, ma nei fatti si mostra ancor più rigido dei nostri attuali governanti respingendo chiunque si avvicini alle sue frontiere, nell’assordante silenzio dei nostri organi di informazione che continuano a vedere in questo imbarazzante personaggio un riferimento culturale al quale guardare con ammirazione, dimostrando vieppiù il nostro atavico provincialismo.

Poi viene il problema dell’integrazione, e qui mi viene in soccorso il secondo film del quale parlerò, “Le invisibili”, del regista francese Louis-Julien Petit, che racconta con estrema grazia e garbo la storia di quattro donne che si fanno carico di condurre il  centro di assistenza diurna dell’Envol, ove ricevono donne senza fissa dimora: il film tratta quindi del problema dell’incapacità della società moderna di farsi carico di chi dalla vita ha avuto poco o niente, abbandonando gli ultimi al loro triste destino, limitandosi a concionare su principi quali la solidarietà e integrazione ma senza assumere iniziative credibili.

Non starò a segnalare il fatto che nel film, a un certo punto, si parla del sussidio che in Francia viene garantito a chi si trova in condizioni economiche disagiate, previ accurati controlli: non vi ricorda per caso il Reddito di Cittadinanza che, recentemente introdotto, sta suscitando tante perplessità e tanti distinguo?

Cosa deve fare uno Stato se non tendere una mano nei confronti dei suoi cittadini che, per mille  motivi, non hanno la fortuna di avere un lavoro e un reddito che consenta loro di condurre una vita almeno dignitosa e senza mendicare in giro per le strade?

Tutta la storia narrata nel film mostra le difficoltà incontrate dal queste donne nel cercare un riscatto, la possibilità di un impiego, la rivincita nei confronti di un destino malvagio, con un tono che riesce a far sorridere per la fierezza e la dignità con la quale le protagoniste affrontano colloqui di lavoro nei quali traspare la loro ferma volontà di non accontentarsi di una vita fatta di assistenza e di passività, ma di recuperare un posto nella società.

Ma la solidarietà della quale godono e che gli viene dimostrata nei fatti dalle responsabili del centro d’assistenza non è tale da evitare che le autorità pubbliche intervengano, in ogni caso, per far rispettare le leggi, provvedendo per esempio a farle sgomberare da una tendopoli che allestiscono in un  momento di difficoltà per la struttura che normalmente le ospita: ecco, questo è il messaggio, lo Stato deve, ribadisco deve, aiutare chi è in difficoltà, è un preciso dovere morale ed etico, ma allo stesso tempo deve garantire la tutela dell’ordine pubblico, far rispettare le leggi che costituiscono l’ossatura del sistema che garantisce a tutti noi la civile e legale convivenza.

Chi invece anela a un finto e demagogico sentimento di buonismo, sia esso rivolto a nostri connazionali sia a migranti provenienti da altre Nazioni, e vede il suo animo turbato quando si procede a iniziative che tendono a porre in essere provvedimenti a tutela dell’ordine pubblico (sgomberi di insediamenti non autorizzati, per esempio), ci spieghi con dovizia di particolari quali sono invece le cose da fare per garantire una civile convivenza tra gruppi etnici e sociali, al fine di evitare turbolenze e tumulti.

Basta con la logica dell’accoglienza e dell’integrazione senza regole, purchè non sia nel mio giardino, troppo facile pontificare nel comodo dei propri salotti dorati, salvo fare mille distinguo quando si affaccia l’ipotesi di coinvolgere i quartieri chic (vedi le ultime deliranti dichiarazioni di Gad Lerner, tanto per fare un esempio).

A volte, può fare più un buon film o un buon libro, capace di mostrarci senza ipocrisie situazioni complicate sulle quali riflettere in maniera critica e possibilmente non pregiudizievole, che mille dibattiti nei quali opinionisti tutt’altro che equilibrati e indipendenti cercano di convincerci delle loro tesi, spesso guidate da interessi economici o di bandiera, senza alcun riguardo per quello che è il sentimento della gente comune, quella abituata a fare i conti con le mille difficoltà della vita vera, e non di quella di chi ha avuto dalla sua parte la buona sorte, a volte senza aver fatto nulla per meritarsela.

 

 

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