La Sea Watch e la legge

Il caso Sea Watch è esploso, come era fatale che accadesse, e occupa ormai tutte le pagine dei giornali e la quasi totalità delle trasmissioni televisive.

Non è che l’ennesimo episodio di questa eterna e tediosa questione dell’immigrazione, che sembra essere diventato il problema più grave e urgente del Paese, in un momento nel quale oggettivamente le questioni di cui occuparsi prioritariamente sarebbero altre, quali per esempio il lavoro, la disoccupazione, la povertà, l’economia, l’ambiente.

Ma va riconosciuto che dal punto di vista mediatico, i temi legati all’immigrazione pagano di più, facendo leva sulla percezione che i cittadini hanno della propria sicurezza e che sentono questo problema come uno tra quelli che più influenzano le proprie condizioni di vita: su questo fattore lucrano i partiti politici e i mass media, ipocritamente e cinicamente.

Ma veniamo alla più stretta attualità: la Sea Watch 3 è una nave battente bandiera dei Paesi Bassi, gestita da una Organizzazione Non Governativa (ONG) che ha sede a Berlino, è utilizzata per la ricerca e salvataggio (SAR) di immigrati nel Mar Mediterraneo, al comando di una giovane tedesca, Carola Rackete.

Già protagonista di analoghe vicende nei mesi passati, circa quindici giorni fa la nave ha tratto in salvo più di quaranta migranti che si trovavano a bordo di un’imbarcazione di fortuna in mare, ed è così che è iniziata l’avventura, non ancora conclusasi.

Chi mi onora di seguire questo blog sa che la mia professione, per più di quarant’anni, è stata quella di Ufficiale della Marina Militare Italiana, e durante la mia carriera sono stato imbarcato per anni su navi da guerra operative, e considero quei periodi come i più belli e formativi tra quelli che ho vissuto, per il fascino che il mare ha sempre esercitato su di me e per l’esperienza di vita che ne ho ricavato, e che ha segnato per sempre il mio carattere, e anche ora che la circostanza non può più verificarsi, pagherei per poter imbarcare ancora.

E durante quegli anni trascorsi a bordo, c’è una lezione che ho imparato e che non potrò mai dimenticare, è un dogma che fatalmente segna tutti gli uomini di mare: la vita umana è sacra, e sacro dovere di chi va per mare è soccorrere e salvare chiunque vi si trovi in situazione di difficoltà, senza alcun indugio e senza nessun riguardo per la sua nazionalità, etnia, colore della pelle o qualsiasi altro criterio.

E mi è capitato di farlo più volte e ricordo perfettamente che di fronte a qualsiasi richiesta di aiuto che ci arrivava, ogni attività in corso veniva immediatamente sospesa e si metteva prua sulla rotta per raggiungere il natante in difficoltà per prestargli ogni possibile assistenza.

E’ capzioso ogni distinguo possa essere fatto da politici, giornalisti o chiunque altro su questo tema: in mare esiste una sola legge, sacra e inviolabile, alla quale ci si deve attenere, rimandando ogni ulteriore valutazione al momento in cui le condizioni del naufrago sono sicure, dopo di che si applicano le leggi.

Quindi l’operazione posta in essere dal Comandante della Sea Watch 3 non è in discussione: quali che siano le modalità attraverso le quali è venuto a conoscenza di una situazione di pericolo (e su questo potremmo discutere a lungo, ma non è mia intenzione farlo in questa sede e ora), bene ha fatto a intervenire per trarre in salvo i migranti.

A questo punto però iniziano i problemi: la legge stabilisce che una volta tratti in salvo i migranti, la nave DEVE dirigere immediatamente versso il porto sicuro più vicino, per sbarcarli e affidarli alle autorità del posto perchè possano essere attivate le procedure di identificazione, propedeutiche alla ricollocazione.

Nel caso di specie, quale sarebbe stato il porto sicuro più vicino?

Basta guardare una cartina del Mediterraneo: in ordine di distanza crescente, il porto più vicino è quello di Tunisi, poi viene Malta, e solo per terzo il porto di Lampedusa, se proprio non si vogliono considerare quelli egiziani, greci e spagnoli, meno vicini.

Rotta Sea Watch

Allora il Comandante della Sea Watch deve farci capire per quale motivo abbia fatto rotta a nord, verso Lampedusa, contravvenendo di fatto al suo dovere che, lo rammento, sarebbe stato quello di dirigersi verso il porto più vicino, e non già verso quello che preferisce. Questo stabiliscono le leggi internazionali vigenti, e questo non ha fatto.

Ma il fatto più grave è il seguente: preso atto del divieto di ingresso nelle acque territoriali italiane espresso dal Governo e del conseguente divieto di attracco, la Sea Watch ha iniziato a seguire una folle rotta a zig zag per quasi due settimane in attesa di poter entrare nel porto di Lampedusa, non si sa perchè e in virtù di quale criterio, come già dett

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Visto che tale segnale di disponibilità non è arrivato, il Comandante ha preso la decisione di ignorare il divieto opposto e comunicato dal Governo italiano, e la nave è entrata nelle acque territoriali SENZA AUTORIZZAZIONE, compiendo un autentico atto di pirateria che, se la nave in questione fosse stata militare, avrebbe costituito un atto di guerra.

L’evolversi della vicenda è nota a tutti: mentre scrivo, la Sea Watch è ancora a circa un miglio nautico dal porto di Lampedusa, quaranta migranti sono ancora a bordo e la situazione è di stallo, in attesa che altri Paesi dell’UE diano la loro disponibilità per una equa distribuzione dei migranti, sola condizione perchè il Governo italiano autorizzi il loro sbarco e la successiva identificazione, per verificare la possibilità di dare loro asilo.

La mia posizione è che, a questo punto, la nave deve entrare in porto, scortata dalle forze navali Italiane, attraccare, i migranti fatti sbarcare, accuditi nei centri di accoglienza, ricollocati equamente presso i Paesi UE, il Comandante arrestato per aver violato le acque territoriali di un Paese sovrano senza essere autorizzata a farlo (e non capisco perchè la Procura competente non abbia ancora mosso i suoi passi), la nave confiscata, iscritta al Registro Navale italiano e venduta all’asta, esattamente come viene fatto per i beni confiscati alla malavita organizzata.

Aggiungo e ricordo soltanto che, per la legge, la Sea Watch è territorio Olandese, quindi è quel Paese che ha la responsabilità degli esseri umani che vi hanno trovato rifugio, e non l’Italia.

I confini della Patria, terrestri, aerei e marittimi, sono sacri e inviolabili: quando fui nominato Ufficiale giurai sulla Costituzione e tra gli impegni che assunsi vi era quello di difendere i confini della mia Nazione, e in questo principio credo fermamente.

Nessuno Stato serio al mondo pone in discussione questo sacro vincolo, e chi lo viola deve sapere che non può farlo impunemente e che va incontro alle sue responsabilità, e ciò vale anche per il Comandante della Sea Watch, non ho alcun dubbio su questo.

Un’ultima considerazione: trovo patetico, ridicolo e umiliante per loro il bieco atteggiamento assunto da taluni rappresentanti dei partiti di opposizione, recatisi a Lampedusa e ora a bordo della Sea Watch, non prima di aver organizzato una colletta per sostenere le spese legali che il Comandante della stessa dovrà sostenere, in vista delle grane penali alla quali andrà incontro.

Premesso che bene avrebbero fatto a recarsi, per esempio, nelle zone più degradate delle nostre periferie urbane, e a organizzare raccolte di fondi per connazionali che versano in condizioni di povertà assoluta, è incredibile ciò che ha affermato il PD Davide Faraone ieri sera, ovvero che avrebbero voluto recarsi a Lampedusa già da qualche giorno, ma di averlo fattto solo quando il Comandante della Sea Watch ha dato loro il via libera.

Quindi, bando a ogni eventuale ipocrisia, l’operazione compiuta non ha nulla a che fare con lo spirito umanitario, il zigzagare della nave in attesa di entrare illegalmente nelle acque territoriali italiane è una bieca provocazione politica, posta in essere per mettere in difficoltà il Governo italiano, e stampa e mass media, e politici di questo e di quel partito, che appoggiano l’ONG, offrendo la loro solidarietà per un laido e cinico gioco sulle spalle dei migranti, incolpevoli,  e ignorando la palese violazione di qualsiasi criterio giuridico e legale, si rendono protagonisti di fatti gravi, disinformanti, intellettualmente disonesti che, senza alcun dubbio, toglie loro qualsiasi residua credibilità.

Le leggi si applicano, anche quando non si condividono: in questo caso, si applicano gli strumenti messi a disposizione dalla democrazia, cioè si propongono tutte le modifiche ritenute necessarie, si pongono ai voti, e una volta e se approvate, tutto va a posto.

Ma finchè ciò non accade. la legge si applica, senza se e senza ma: se ciò non accadesse, sarebbe anarchia e libero arbitrio, e uno Stato degno di questo nome non può e non  deve consentire un simile scempio delle regole elementari della democrazia.

 

 

 

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