Tutti a casa

“Tutti a casa” è il titolo di un bellissimo film del 1960 diretto da Luigi Comencini, con un cast strepitoso ricco di grandi attori, tra i quali spiccava uno straordinario Alberto Sordi, al quale l’interpretazione del Tenente Innocenzi fruttò il David di Donatello, e con un cammeo dell’immenso Eduardo De Filippo, nel ruolo del padre.

Fedele alla mia passione per il cinema, ho pensato che quel titolo, che si riferisce amaramente allo sbando nel quale l’Esercito Italiano precipitò all’indomani dell’8 settembre del 1943, quando il Maresciallo Badoglio comunicò la notizia dell’armistizio, possa essere tristemente evocativo: i soldati Italiani festeggiarono felici la fine della guerra, e si levò il grido “Tutti a casa!”, non immaginando che i guai stavano solo per cominciare, e che i Tedeschi, fino al giorno prima alleati, di colpo si erano tramutati in acerrimi nemici.

Il Tenente Innocenzi, in attesa di ordini e di direttive, inizia così un viaggio periglioso attraverso l’Italia dilaniata dalla guerra, e dal Nord parte verso il Meridione, per tornare a casa, dove lo attende l’anziano genitore: prima pavido e impaurito, ma con il passare dei giorni sempre più consapevole del dramma nel quale l’Italia era sprofondata, si riscatterà nel finale del film, quando metterà coraggiosamente la sua esperienza di soldato al servizio degli insorti nella Napoli che si ribellava ai Tedeschi, anche per onorare la memoria del fedele suo sottoposto che lo aveva seguito durante il viaggio, un grande Serge Reggiani.

Vi domanderete perché abbia pensato di ricorrere a una storia così importante in questo momento: la risposta è che il dramma sanitario e sociale che stiamo vivendo in questi mesi in qualche maniera mi fa pensare all’Italia di quei momenti tremendi del dopo armistizio, anche se il paragone può sembrare irriverente.

Nel mio precedente post, ho inteso esprimere il mio parere sui principi della pianificazione della gestione dell’emergenza, in relazione alla micidiale seconda ondata del contagio del Coronavirus che si sta manifestando con ferocia in questi ultimi giorni: ribadisco la mia convinzione che quanto si sta facendo per arginarne la diffusione dimostri quanto poco la nostra classe dirigente conosca tali discipline, alla luce dell’escalation dei numeri che caratterizzano il fenomeno.

Ribadisco altresì che ho sempre ritenuto che, al di là delle responsabilità in merito alle modalità di gestione della crisi, sulle quali si dovrà necessariamente fare chiarezza, per rispetto della verità e per onorare la memoria di tanti nostri Connazionali che hanno perso la vita, in questo momento non fosse opportuno pensare a un cambio della compagine governativa: non è prudente cambiare il Comandante di una Nave se ci si trova in piena tempesta, anche nel caso fossero evidenti le sue negligenze, ma è necessario stringersi tutti attorno al medesimo obiettivo e affrontare il pericolo, rimandando le valutazioni a quando l’emergenza sarà passata.

Ciò nondimeno, non si può neanche pensare che tutto vada bene, e che ogni riflessione o critica, naturalmente costruttiva, debbano essere evitate per non disturbare il manovratore, come qualcuno pretenderebbe.

La situazione con la quale siamo alle prese non costituisce una sorpresa che ci ha colti in fallo: ciò è accaduto lo scorso inverno, quando le dimensioni del fenomeno pandemico furono inaspettate e imprevedibili, e quanto si fece fu dettato dall’emergenza autentica di fronte alla quale tutti eravamo impreparati e increduli.

Furono compiuti errori, ma non sarebbe intellettualmente onesto attribuirne l’esclusiva responsabilità al Governo, al di là di oggettive sottovalutazioni che tuttavia caratterizzarono il comportamento dell’esecutivo e dell’opposizione, senza distinzioni capziose.

Ma che vi erano le possibilità che in autunno si manifestasse un ritorno del virus era largamente prevedibile, a sentire i tantissimi pareri e le previsioni di numerosi autorevoli esperti del campo, e quindi c’è stato oggettivamente tutto il tempo per intraprendere azioni preventive che, sulla scorta dell’esperienza drammatica già vissuta, consentissero una gestione più coordinata ed efficace della nuova emergenza.

Ebbene, tutto ciò non è accaduto, e in questi ultimi giorni la virulenza del contagio è tale da farci temere che la cosiddetta seconda ondata possa produrre danni forse maggiori rispetto a quelli causati dalla prima, sia nei termini sanitari che in quelli dell’economia e della tenuta dello stato sociale.

I numeri crescono inarrestabili, le strutture sanitarie sono in stato d’allarme, la paura torna ad attanagliare tutti noi, i provvedimenti tesi ad arginare il contagio nascono come funghi e finiscono con il generare incertezza e malumore nella popolazione, che avrebbe bisogno di certezze e che invece in cambio della propria disponibilità riceve insicurezza.

Ci si domanda allora a cosa sia servito il procrastinare dello stato d’emergenza, caso unico in Europa e non solo, le mille task force, gli Stati Generali, i Commissari straordinari: tutta fuffa, un modo neanche tanto sibillino di assicurare presenza mediatica a chi brilla piuttosto per assenza di una visione strategica e di un progetto di gestione per il quale, in maniera quanto meno discutibile, si sono assunti poteri speciali la cui disponibilità ha partorito finora poco più di niente.

E l’oggettività di questa situazione e della assenza di iniziative efficaci e responsabili, sta facendo sì che anche il sistema d’informazione, che nella sua quasi totalità si era prostrato al cospetto del Governo, magnificandone l’azione taumaturgica e i miracoli la cui straordinarietà aveva generato l’illusione del cosiddetto “Modello Italia”, ora stia rivedendo il giudizio fin qui espresso e comincia, sia pur tardivamente e timidamente, a esprimere perplessità e dubbi.

D’altronde:

– è mai possibile che sul sistema dei trasporti pubblici non si sia fatto nulla, se non pensare di decongestionare il traffico inventandosi i contributi per l’acquisto di biciclette e monopattini? E’ forse una barzelletta? Perché non pensare all’impiego dei bus turistici, da mesi fermi per via della crisi del settore turistico? Ed è tollerabile che il garrulo Ministro De Micheli affermi in diretta TV che il rischio di contagio sui mezzi pubblici è bassissimo, in sfregio ai pareri unanimi di esperti e al più banale buon senso? Non sente la necessità costei di farsi un esame di coscienza e prendere atto della sua totale inadeguatezza, al punto che forse sarà il caso di rivalutare il tartassatissimo Toninelli?

– dopo averci tormentati per mesi sulla necessità di sottoporci al vaccino antinfluenzale, perché ancora oggi trovarli è quasi impossibile?

– perché il bando per incrementare i posti di terapia intensiva, uno degli obiettivi primari, è partito soltanto ai primi di ottobre, nonostante la disponibilità di 1 miliardo e 300 milioni di Euro fin dallo scorso mese di maggio, e i lavori di realizzazione degli stessi dovranno essere ultimati entro 27 mesi?

– si può assistere senza indignarsi allo spettacolo indecoroso delle interminabili file di cittadini che attendono ore e ore, all’addiaccio nelle proprie macchine, di poter fare un tampone, senza l’esito del quale non possono rientrare al lavoro o mandare i propri figli a scuola? Cosa ne pensano il Ministro della Salute e i Presidenti di Regione?

– e infine, dopo aver speso un’intera estate a disquisire della necessità di disporre dei banchi a rotelle, cosa si è fatto per garantire un più o meno regolare svolgimento dell’anno scolastico, avendo chiuso per primi e riaperto per ultimi? E ora si torna a parlare di didattica a distanza!

Mi fermo qui, l’elenco potrebbe continuare ancora a lungo, ma gli esempi riportati sono sufficienti per descrivere una situazione che non si può che definire imbarazzante e pericolosa.

E allora, per richiamare il titolo del film cui facevo riferimento, tutti a casa dovrebbe essere, secondo me, quello che dovrebbe fare l’attuale Governo, sulla cui inadeguatezza la mia già forte convinzione si rafforza giorno dopo giorno, se solo avesse un minimo di dignità, di responsabilità e di senso dello Stato, anche se è lecito dubitarne.

Ma dato che pensare a elezioni in questo momento credo sia velleitario e inopportuno, data la situazione, mi permetto di esprimere due sole considerazioni:

– il Presidente della Repubblica, dall’alto del Quirinale, dovrebbe chiedere al Presidente del Consiglio lumi sulle cause di una simile Caporetto, in forma discreta e anche senza fare pubblicità alla cosa, operando una sorta di moral suasion, e richiamandolo a un comportamento più corretto e consapevole del momento drammatico, che impone decisioni anche impopolari, se necessarie. E che non vengano fuori i Costituzionalisti a targhe alterne, quelli che si ricordano della Carta quando fa loro comodo, richiamandone l’inviolabilità se serve a perorare la loro causa e dimenticandosene quando fa loro comodo: situazioni di emergenza richiedono provvedimenti di emergenza! Dopo Caporetto Cadorna fu allontanato, arrivò Diaz e fu Vittorio Veneto!

– maggioranza e opposizione abbandonino i social e si siedano attorno a un tavolo e trovino un accordo su pochi punti, sostanziali e chiari, dando vita a un esecutivo di unità Nazionale, presieduto da una personalità autorevole e non da un parvenu come l’ineffabile Conte, il quale siede a Palazzo Chigi “per grazia ricevuta” (oggi mi piace ricorrere a citazioni cinematografiche) e sta mostrando la sola virtù dell’attaccamento alla poltrona. Sono ferocemente contrario a soluzioni politiche che non siano figlie dell’espressione del popolo attraverso il voto, ma visto che dopo il 2011 abbiamo avuto ininterrottamente ben sei Governi che con i risultati elettorali non c’entravano nulla, come si suol dire, abbiamo fatto trenta, facciamo trentuno.

Siamo finiti su di un piano inclinato, la velocità di caduta cresce, secondo le leggi della fisica, e se non troviamo il modo per frenare, finiremo contro un muro con uno schianto dal quale rischiamo di non riprendenrci, tale sarà la violenza dell’urto.

E questo Governo fa da acceleratore in questa folle corsa, oramai è palese.